This is Mohammad

Abramo, Agar e Ismaele

La nostra storia comincia molto lontano nel tempo, nel giorno in cui Allah (gloria a Lui l’Altissimo), ordinò al Suo profeta Abramo (pace su di lui) di prendere la moglie Agar e il figlioletto Ismaele e condurli in una landa desolata della penisola arabica, un territorio chiamato Hijaz, che dista poche decine di chilometri da Jeddah dove, secondo la tradizione fu sepolta nostra madre Eva. Giunto nel luogo che Allah gli aveva indicato, Abramo lasciò ad Agar un otre pieno d’acqua e le poche provviste che poteva e si allontanò con il cuore gonfio di dispiacere ma confidando nella misericordia dell’Altissimo, al quale elevò un’invocazione: "O Signor nostro, ho stabilito una parte della mia progenie in una valle sterile, nei pressi della Tua Sacra Casa , affinché, o Signor nostro, assolvano all’orazione. Fai che i cuori di una parte dell’umanità tendano a loro; concedi loro [ogni specie] di frutti".
(Corano XIV,37)

Agar seguì le sue tracce e lo raggiunse e gli chiese a chi affidasse lei e Ismaele. "Ad Allah, rispose Abramo, Colui che ha il potere su ogni cosa È .

"Con Allah sono al sicuro" disse Agar, e ritornò presso suo figlio.

Finché durò l’acqua Agar rimase in fiduciosa attesa in quel sito desolato; poi quando essa si esaurì, temette per la sua vita e per quella del figlioletto il cui pianto riempiva d’angoscia il suo cuore di madre. Il luogo in cui si trovavano era un avvallamento tra montagne brulle e polverose, lontano da ogni centro abitato; la salvezza sarebbe potuta venire solo da qualche carovana di passaggio e allora, spinta dall’ansia che opprimeva il suo petto, per scrutare l’orizzonte si inerpicò su di una roccia (Saf-) che si trovava in quei paraggi. Non vide nulla e allora corse fino alla sommità di un piccolo colle (Marwa) distante dalla roccia qualche centinaio di metri. Con il cuore in tumulto per il pianto di Ismaele e per la fatica ripetè sette volte il percorso, senza poter avvistare nulla.

Tornò esausta presso il bambino e vide dell’acqua affiorare sotto i suoi piedini, scavò e fece un bacino per trattenerla, poi dissetò Ismaele, se stessa, riempì l’otre e ringraziò l’Altissimo. Allah aveva fatto sgorgare la fonte di Zamzam.

La Casa di Allah

"...facemmo della Casa un luogo di riunione e un rifugio per gli uomini". (Corano II,125)

Ben presto intorno a quell’acqua miracolosa si formò un accampamento di nomadi e i carovanieri ne fecero un punto di sosta nei loro viaggi attraverso la penisola arabica tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano.

Quando Ismaele fu cresciuto Abramo ritornò nell’Hijaz e insieme, obbedendo ad un ordine divino, edificarono la sacra Ka’ba e predicarono alle genti d’intorno l’Unicità di Dio e il buon comportamento.

"Stabilimmo per Abramo il sito della Casa (dicendogli): " Non associare a Me alcunché, mantieni pura la Mia Casa per coloro che vi girano attorno, per coloro che si tengono ritti [in preghiera], per coloro che si inchinano e si prosternarono". (Corano XXII,26)

"E quando Abramo e Ismaele posero le fondamenta della Casa, dissero : "O Signor nostro, accettala da noi! Tu sei Colui che tutto ascolta e conosce! O Signor nostro, fai di noi dei musulma-ni e della nostra discendenza una comunità musulmana. Mostraci i riti e accetta il nostro pentimento". (Corano II,128)

Ispirato da Allah, Abramo istituì i riti del Hajj (il Pellegri-naggio): il Tawaf (i sette giri in senso antiorario intorno alla Ka’ba), il Say (i sette percorsi tra Safa e Marwa) e la lapidazione di Satana a Mina.

"Chiama le genti al Pellegrinaggio: verranno a te a piedi e con cammelli slanciati da ogni remota contrada, per partecipare ai benefici che sono stati loro concessi". (Corano XXII,27)

Dopo la morte di Ismaele (pace su di lui) gli arabi poco a poco si allontanarono dalla purezza del culto e dal principio dell’unità di Dio che quella straordinaria costruzione rappresentava. Le tribù continuavano a venire in pellegrinaggio alla Casa, ma ormai il politeismo li aveva corrotti. Finirono per riempire tutto il recinto sacro e la Ka’ba stessa con ogni sorta di idoli che, a loro dire, fungevano da intermediari tra loro e quella Divinità non rappresentabile che non riuscivano o non volevano adorare nella Sua unicità.

Segno di questa grave corruzione fu la scomparsa di Zamzam che si perse nei recessi della terra.

Un uomo chiamato Abd al-Muttalib

Nel V secolo dopo la nascita del profeta Gesù (pace su di lui) viveva alla Mecca un uomo di nome Shaybah, ma che i suoi concittadini chiamavano Abd al-Muttalib (lo schiavo di Mutta-lib).

Shaybah aveva passato l’infanzia presso la madre a Yathrib (che sarebbe poi diventata "Medina"), un’oasi distante circa quattrocento chilometri dalla Mecca e alla sua morte era tornato nella città della Ka’ba insieme allo zio Al Mutta-lib. Quando la gente vide arrivare Al Muttalib con un giovanetto seduto dietro di lui sulla stessa cavalcatura, pensò che il nobile coreiscita fosse andato a comprare un schiavo e qualcuno esclamò: " Ecco Al Muttalib e abd al Muttalib! (lo schiavo di Al Muttalib). Al Muttalib fu scandalizzato da quelle parole e si affrettò a rispondere: " Non è abd al Muttalib! E’ mio nipote, il figlio di mio fratello Hashim! Ma tant’è, la sua risposta non fece che rafforzare la prima affermazione creando quel soprannome che Shaybah avrebbe portato per tutta la vita Divenuto adulto, Abd al-Muttalib ereditò la rif-da e la siq-ya, l’onore e l’onere di nutrire e dissetare i pellegrini che venivano alla Ka’ba; assolveva al suo incarico con grande diligenza e senso di responsabilità, tanto da essere tenuto nella più alta considerazione.

Per la sua probità e dedizione al Sacro Tempio Allah, gloria a Lui l’Altissimo, decise di farne lo strumento di un progressivo riavvicinamento della sua gente alla purezza del culto che sarebbe culminato con la rivelazione del Corano e la missione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) .

Per prima cosa Allah volle che Abd al-Muttalib ritrovasse la fonte Zamzam.

Il suggerimento gli venne di notte mentre dormiva di fianco alla Ka’ba. Ebbe una visione alla quale ne seguì un’altra nella notte successiva e ancora un’altra, finchè non ebbe certezza di cosa e dove doveva cercare. Durante l’ultimo di questi sogni aveva sentito una voce che gli diceva:òScavalo e non te ne pentirai, perché è la tua eredità, proveniente dal tuo più grande antenato. Non si seccherà mai, né mancherà di bagnare tutte le gole dei pellegrini".

Scavò insieme a Harith, il suo unico figlio e infine ritrovò il pozzo antico di cui rivendicò l’affidamento.

Poiché a lui e al suo clan era stata attribuita la responsabilità di fornire l’acqua ai pellegrini, la questione fu presto decisa con generale soddisfazione.

"Dopo una breve discussione i clan acconsentirono al fatto che Abd al Muttalib utilizzasse la sorgente appena scoperta per dissetare i pellegrini".

Un terribile giuramento

Il ritrovamento di Zamzam aveva rafforzato la posizione sociale di Abd al-Muttalib, ma c’era qualcosa che lo rendeva inquieto e insoddisfatto. Nonostante avesse più di una moglie, era padre di un solo figlio e questo rendeva insicuro il futuro della sua famiglia, specie di fronte alla prolificità dei suoi cugini. Si rivolse allora all’Altissimo, da cui aveva avuto un segno incoraggiante con la vicenda di Zamzam e Gli promise che se avesse avuto dieci figli maschi che avessero raggiunto l’età adulta, Gliene avrebbe sacrificato uno di fronte alla Ka’ba.

La sua invocazione venne esaudita e altri nove figli vennero ad allietare la sua vita. Quando Abd Allah, l’ultimo di loro divenne adulto, Abd al-Muttalib si ricordò del suo voto e da uomo d’onore qual era, decise di assolverlo.

Radunò i suoi figli e tirò a sorte tra di loro. Il designato fu proprio l’ultimogenito, figlio di Fatimah una donna di un nobile clan coreiscita, il più bello e il più amato dal padre.

Quel che stava per succedere era noto a tutta la città e la gente era accorsa alla Ka’ba. Quando videro Abd al-Muttalib prendere per mano Abd Allah e brandendo il coltello dirigersi verso il luogo del sacrificio, si levarono veementi grida di protesta.

Mughirah, il capo del clan a cui apparteneva Fatimah, offrì l’intera proprietà della sua tribù per riscattare quel sacrificio tremendo.

Alla ricerca di una soluzione che potesse preservare il suo onore e la vita del figlio Abd al-Muttalib acconsentì che fossero consultati sacerdoti e indovini. Fu deciso infine, di offrire in vece del giovane dieci cammelli. Vennero tirate le sorti e la freccia divinatoria ricadde vicino ad Abd Allah.

Furono aggiunti altri dieci cammelli, ma ancora una volta la sorte indicò il giovane. Continuarono ad aggiungere dieci animali per volta con lo stesso responso, finchè, quando essi furono cento, finalmente la freccia indicò i cammelli.

Abd Allah visse e non poteva essere che così poichè Allah aveva stabilito che sarebbe diventato il padre di Muhammad, il Suo Inviato, il sigillo della Profezia.

Quelli dell’Elefante

Nell’anno 570 d.C. (o 571) Abraha, governatore abissino dello Yemen, giurò di distruggere la Ka’ba, che riteneva un santuario idolatrico, in modo da affermare il predominio cristiano su tutta la penisola arabica. Radunò una potentissima armata e marciò verso l’Hijaz travolgendo la resistenza di alcune tribù arabe che cercarono di sbarrargli il cammino. Alla testa dell’esercito marciava un grande elefante che caricando faceva strage e incuteva il più grande terrore.

Giunto nelle vicinanze della Mecca, Abraha inviò messi nella città e chiese di incontrarne il capo. La Mecca non aveva un vero e proprio capo, ma venne incaricato ‘Abd al-Muttalib che, tra l’altro, aveva un problema personale da risolvere: le avanguardie abissine avevano razziato un gregge di cammelli che gli appartenevano e voleva ritornarne in possesso.

Abraha fu colpito dalla figura di Abd al-Muttalib e volle compiacerlo chiedendogli in cosa potesse favorirlo. Il notabile coreiscita chiese che gli fossero restituiti i suoi cammelli e, di fronte alla delusione del governatore per una richiesta così infima rispetto al rischio di distruzione del "Santuario degli Arabi", chiarì: " I cammelli sono i miei, la Ka’ba ha un suo Padrone che certamente la difenderà.

L’affermazione suscitò l’irritazione del governatore che ribadì la sua intenzione di radere al suolo la Ka’ba l’indomani.Tornato alla città Abd al-Muttalib invitò la gente a ritirarsi sulle colline circostanti, poi si recò al Tempio e pregò Allah di proteggere la Sua casa. Il giorno dopo, quando l’esercito stava per muovere contro la città, avvennero fatti prodigiosi. L’elefante si accovacciò, e nonostante le blandizie e le percosse, rifiutò ostinatamente di avanzare. Abraha avrebbe dovuto capire la portata di quel segno, ma non fu così e dette l’ordine di avanzare ugualmente.

A questo punto Allah (gloria a Lui l’Altissimo) colpì duramente la gente dell’elefante: apparve una miriade di uccelli che scagliò sugli Abissini e sui loro alleati un flagello sotto forma di pietre durissime e mortali che " Li ridusse come pula svuotata". Così Allah ricorda nel Suo Libro Sublime quello che avvenne: "Non hai visto come agì il tuo Signore con quelli dell’elefante? Non fece fallire le loro astuzie? Mandò contro di loro stormi di uccelli lancianti su di loro pietre di argilla indurita. Li ridusse come pula svuotata". (Corano CV).

In quello stesso anno, che negli annali dei Coreisciti venne ricordato come "l’anno dell’Elefante", Abd Allah figlio di Abd al-Muttalib morì durante un suo soggiorno a Yathrib, e poco tempo dopo da sua moglie Aminah, figlia del capo di una delle più nobili tribù di quella città, nacque un bambino maschio cui venne imposto il nome di Muhammad.

"Non ti abbiamo forse aperto il petto e non ti abbiamo sbarazzato del fardello...?"

Le grandi famiglie della Mecca avevano la consuetudine di mandare a balia i loro figli presso una tribù beduina. Lo facevano per metterli al sicuro dall’aria della Mecca che era considerata malsana, per rafforzarli nello spirito e nel corpo con la rudezza della vita nomade e affinché apprendessero dalle fonti più pure la lingua araba, che i beduini coltivavano con orgoglio e difendevano dalle contaminazioni cittadine.

Ogni anno, in occasione di una certa festa, le donne beduine che potevano allattare si recavano alla Mecca per farsi affidare i bambini. Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fu affidato ad una donna dei Bani Sad che si chiamava Hal"mah. Non appena cominciò ad allattarlo, ecco che il suo seno si riempì di latte, tanto da soddisfare il piccolo e poi suo fratello adottivo. Anche la cammella della donna ricominciò a dare latte e la sua vecchia asina riprese baldanza e vigore. La benedizione divina continuò a scendere sulla famiglia, il loro bestiame era sempre pasciuto e ben fornito di latte e Muhammad (pace e benedizioni su di lui) cresceva circondato dalle cure più attente. Tutti quanti infatti, avevano intuito lo stretto nesso tra la sua presenza e l’abbondanza di cui improvvisamente godeva la sua famiglia d’adozione.

Durante la sua permanenza nel deserto avvenne poi un fatto straordinario.

Mentre se ne stava con suo fratello di latte a guardare gli agnelli, apparvero improvvisamente due uomini vestiti di bianco che lo presero, lo distesero a terra, gli aprirono il petto estraendone il cuore e lo mondarono da un grumo nero che gettarono via. Poi, con della neve contenuta in una bacinella d’oro che avevano con loro, lavarono il suo cuore e il suo petto.

Il Corano ricorderà questo episodio nella sura Ash-Sharh (L’Apertura) : "Non ti abbiamo forse aperto il petto e non ti abbiamo sbarazzato del fardello...? " (Corano XCIV,1-2).

Il venerabile Bahira

Muhammad (pace e benedizioni su di lui) aveva sei anni quando perse anche sua madre e venne affidato al nonno Abd al-Muttalib, quando an-che lui venne a mancare due anni dopo, la cura del piccolo orfano venne affidata allo zio Abu Talib.

Durante uno dei suoi viaggi verso la Siria si manifestò un altro segno dello straordinario destino che Allah aveva riservato al giovane della famiglia di Hashim. Quella volta Abu Talib aveva permesso che Muhammad lo accompagnasse e la carovana cui erano aggregati si era fermata, com’era consuetudine, nei pressi di una montagna in cui viveva Bahira, un eremita cristiano considerato un sant’uomo e da tutti rispettato.

Bahira osservava il movimento delle carovane nella vallata sottostante e aveva visto qualcosa di assolutamente eccezionale: una nuvoletta seguiva i viaggiatori e sembrava voler ombreggiare alcuni di loro. Quando il gruppo si fermò, anche la nuvola rimase immobile sopra un albero ai piedi del quale riposavano. Allertato dalla visione di questo stupefacente fenomeno e memore di quanto aveva letto a proposito di un profeta che si sarebbe rivelato agli arabi, Bahira mandò qualcuno ad invitare i componenti della carovana. "Venite tutti, giovani e vecchi, liberi e schiavi. Lasciato Muhammad di guardia al campo, salirono all’eremo del monaco. Egli li accolse con grandi attenzioni e mentre li osservava un’espressione delusa si disegnò sul suo volto saggio. " Forse manca qualcuno di voi disse.

"Solo un ragazzo che abbiamo lasciato all’accampamento. Bahira chiese che fosse fatto venire.

Non appena giunse, un solo sguardo bastò al saggio monaco per accorgersi di trovarsi di fronte a colui che era stato preannunciato dalle sue scritture.

Chiese di chi fosse figlio e quando Abu Talib se ne attribuì la paternità, replicò che il padre del ragazzo non poteva essere vivo. "E’ mio nipote -ammise il coreiscita- è l’orfano di mio fratello.

Allora lo ammonì: "Abbi cura di questo ragazzo e proteggilo dagli Ebrei, perché, se sapessero quello che io so, complotterebbero contro di lui. Iddio ha riservato un grande destino per il figlio di tuo fratello.

Hunafá e politeisti

Muhammad (pace e benedizioni su di lui) divenne adulto nella corrotta e idolatra società coreiscita del tempo, senza condividerne né l’iniquità né il politeismo.

Per quanto riguardava la religione egli era un han"f, apparteneva cioè a quella minoranza araba che non adorava gli idoli e, pur senza seguire un culto preciso, riservava la propria devozione solo ad Allah, il Dio unico il cui culto era stato predicato agli arabi da Abramo e da suo figlio Ismaele (pace su di loro).

Gli hunaf- (plurale di han"f) erano convinti che presto si sarebbe manifestato un nuovo profeta e non c’era ragione perché questi non fosse un arabo. Anche gli Ebrei che vivevano nella penisola arabica condividevano questa attesa; ma, da parte loro, non potevano ammettere che non fosse ebreo.

I politeisti mal tolleravano questi credenti che consideravano stravaganti e vagamente pericolosi, pur nella loro scarsa rilevanza numerica, per il sistema religioso-commerciale su cui si basava il potere e la ricchezza dei Coreisciti della Mecca.

Come abbiamo già visto, pur dimenticando la purezza del culto abramico, gli arabi continuavano ad essere irresistibilmente attratti dalla Ka’ba. Il santuario dell’Hijaz era al centro della loro vita religiosa e tutte le tribù approfittavano dei mesi sacri, nei quali la tregua rendeva i viaggi relativamente sicuri, per recarvisi in pellegrinaggio. Questi avvenimenti periodici erano altrettante occasioni per commerciare, combinare matrimoni, stipulare alleanze con le altre tribù convenute.

I Coreisciti da parte loro traevano il massimo profitto dalla situazione. La posizione della loro città posta tra Mediterraneo e Oceano Indiano, Golfo Persico e Mar Rosso, li aveva messi in condizione di diventare un nodo commerciale tra i più importanti del tempo.

Essi si rifornivano di merci provenienti da tutto il bacino mediterraneo organizzando una carovana estiva verso Siria e Palestina e una invernale verso lo Yemen, cui fa accenno il Corano nella sura dei Quraysh: "Per il patto dei Coreisciti , per il loro patto delle carovane invernali ed estive. Adorino dunque il Signore di questa Casa , Colui che li ha preservati dalla fame e li ha messi al riparo da [ogni] timore". (Corano CVI)

Il loro prestigio come custodi della Casa era di gran lunga il più alto tra tutti gli abitanti della penisola arabica e le grandi fiere che si svolgevano in concomitanza con gli arrivi dei pellegrini arricchivano i maggiori clan della città.

Con il passare del tempo le tribù arabe avevano portato alla Mecca i simulacri dei loro dèi locali, e con l’interessato consenso dei Coreisciti guardiani della Ka’ba, li avevano posti nel sacro recinto e nell’interno stesso della Casa. Erano ben trecentosessanta gli idoli che contaminavano, in quei tempi, la purezza della Casa di Allah.

Si può ben capire quindi il fastidio e il sospetto con cui venivano considerati coloro che rifiutavano il politeismo e che, in qualche modo, tendevano ad una purificazione del culto che avrebbe fatto a meno di tutti gli "dèi".

Una volta accettato l’idolo di una tribù o di un clan all’interno del santuario, non lo si sarebbe potuto espellere senza provocare un grave incidente con coloro che ne avevano patrocinato l’ammissione nel pantheon politeista. Così ragionavano i Coreisciti che, materialisti e pragmatici, non volevano rischiare la minima frizione con i loro clienti, figuriamoci uno scontro aperto e generalizzato. Sarebbe stata la fine del loro potere e della loro ricchezza. Nella loro miscredente miopia facevano tutto quel che potevano per ostacolare la diffusione del credo degli hunaf- e cercavano di isolarli, boicottarli o maltrattarli a seconda della loro importanza sociale e delle protezioni tribali di cui godevano.

Le conseguenze del politeismo e del sistema di potere tribale erano molto gravi anche sul piano della morale individuale e sociale.

Succedeva spesso che, approfittando della ricchezza e di un potente clan alle spalle, qualche notabile si lasciasse andare alle peggiori vessazioni nei confronti dei più deboli, degli stranieri, di chi insomma non poteva mettere in campo una protezione efficace.

Per mettere un freno a tali prevaricazioni, alcuni nobili coreisciti, tra i quali il giovane Muhammad, decisero di unirsi in un patto cavalleresco per la difesa dei deboli e degli oppressi, che chiamarono Hilf al Fudul. Per suggellare il loro accordo decisero di sacralizzarlo di fronte alla Ka’ba. Versarono dell’acqua sulla Pietra Nera che si trova incastonata sull’angolo orientale della Sacra Casa e poi la bevvero giurando che sarebbero accorsi come un sol uomo alla richiesta dell’oppresso e che avrebbero combattuto l’ingiustizia da qualsiasi parte provenisse, anche da un membro della loro stessa tribù. La storia ricorda alcuni episodi in cui il loro intervento riuscì a ripristinare il buon diritto contro la prevaricazione di qualche potente. Tra questi ultimi lo stesso Abu Jahl che sarebbe in seguito diventato uno dei più acerrimi nemici dell’Inviato di Allah e dell’Islàm.

Khadija

Viveva in quel tempo alla Mecca una ricca vedova di nome Khadija che apparteneva ad uno dei nobili clan coreisciti. Khadija era stata sposata due volte e, alla morte del secondo marito, aveva deciso di impiegare le sue considerevoli sostanze nel commercio carovaniero. Aveva rifiutato numerose e onorevoli proposte matrimoniali che le erano giunte e gestiva i suoi affari in prima persona. Non potendo viaggiare di persona assumeva mandatari fidati ai quali affidava merci e denaro.

La fama della rettitudine e delle doti personali di Muhammad erano giunte all’orecchio della vedova che lo mandò a chiamare e gli propose di portare delle merci in Siria offrendogli un’ottima provigione.

La spedizione si concluse con grande profitto. Muhammad aveva venduto al miglior prezzo quanto aveva portato con sé e con il ricavato aveva vantaggiosamente acquistato altre merci che potevano essere vendute al doppio sul mercato della Mecca.

Le capacità, la probità, la straordinaria personalità e bellezza del giovane conquistarono Khadija.

Muhammad era un uomo di media statura, eppure quando si trovava in compagnia appariva sempre il più alto di tutti; la sua corporatura era snella, pur avendo spalle larghe e forti sormontate da una bella testa. I suoi capelli erano neri ondulati e li portava di lunghezza media. Anche la barba era nera e fitta e i suoi baffi non scendevano mai al di sotto del labbro superiore. Gli occhi erano neri secondo alcuni, ma altri hanno detto che erano castani, ed erano circondati da affascinanti lunghissime ciglia nere e decise sopracciglia arcuate.

I suoi denti erano bianchi e splendenti. La sua pelle era chiara, pur nell’abbronzatura tipica di chi passa molto tempo all’aria aperta.

Quel giovane aveva qualcosa di speciale: in lui brillava una luce particolare e Khadija aveva occhi e cuore per accorgersene. Senza troppo indugiare, incaricò un’amica fedele di sondare le intenzioni di Muhammad e di proporgli di

proporgli di sposarla. Pur sorpreso egli accettò e il matrimonio fu ben presto combinato per il tramite di Hamza, suo zio paterno.

Fu un matrimonio felice e la differenza di età tra gli sposi, venticinque anni Muhammad, quaranta Khadija non turbò in nulla la loro unione. Ella fu moglie affettuosa e prolifica nonostante l’età. Gli diede sei figli: Qasim che morì all’età di due anni, poi quattro femmine: Zaynab, Ruqayya, Umm Kulthum e F-timah e infine un altro maschietto che morì anche lui in tenerissima età

La ricostruzione della Ka’ba

Erano trascorsi dieci anni dal matrimonio con Khadija quando avvenne un altro episodio significativo per la vita di Muhammad e che, riletto alla luce di quanto poi sarebbe accaduto, assume un grandissimo significato.

Danneggiata da un incendio che ne aveva distrutto il tetto, (una copertura di drappi secondo alcuni) e da un’inondazione che ne aveva reso pericolante i muri, la Ka’ba era ridotta in condizioni che non confacevano certo alla sua maestà e funzione.

Nonostante il timore reverenziale che ispirava loro la sola idea di violarla in qualche modo, i Coreisciti decisero di demolirla e ricostruirla.

Grazie al naufragio di una nave bizantina che si era incagliata sulla costa a poche decine di chilometri, nei pressi di Jeddah, riuscirono a disporre di legname sufficiente e di una valido carpentiere, che secondo alcuni era un greco (o un copto) di nome B-qum. Tutta l’operazione aveva una grande pregnanza spirituale e sociale e i diversi clan non si esentarono dal partecipare ai lavori.

Narra la tradizione che un grosso serpente vigilava da più di cinquecento anni sul tesoro della Casa e ogni giorno usciva per distendersi al sole sibilando orribilmente e inarcando la testa se qualcuno si avvicinava. La presenza di questa creatura rendeva problematico lo stesso approccio; mentre i notabili indugiavanoimpauriti, un’ aquila scese infine dal cielo, afferrò il serpente e se lo portò via.

Il fatto venne interpretato come un presagio di buona ventura e i lavori ebbero inizio.

Nonostante i timori della vigilia tutto filò liscio e nulla accadde ai demolitori, finché, procedendo nell’opera misero a nudo il basamento stesso del Tempio. Non appena si cercò di scalzare con una leva una delle grandi pietre che lo costituivano, si produsse una scintilla che accecò tutti quelli che erano nei paraggi e la città fu scossa da un terremoto. Impauriti per aver troppo osato, decisero di ripartire da quelle fondamenta e cominciarono a ricostruire.

Quando fu il momento di ricollocare la Pietra nera sull’angolo orientale della costruzione, i clan entrarono in disaccordo poi-ché ognuno di loro rivendicava il diritto di farlo.

I lavori furono sospesi e, mentre si cominciavano a stringere alleanze, qualcuno stava già preparando le armi per il confronto fisico. La città visse qualche giorno con il fiato sospeso. Si stava rischiando uno scontro che avrebbe coinvolto tutti i maggiori clan e le conseguenze sarebbero state molto gravi per la stabilità dell’intero sistema coreiscita. Nel tentativo di comporre pacificamente la vertenza, i capi dei clan si riunirono ancora una volta presso la Ka’ba e uno dei più saggi propose di nominare arbitro il primo uomo che fosse entrato nel Recinto Sacro.

Non appena ci fu consenso sulla proposta, ecco che apparve di ritorno da un viaggio Muhammad figlio di Abd Allah.

"E’ al-Amin, (il Fidato), è Muhammad, accettiamo il suo giudizio dissero i presenti.

Messo al corrente di quanto era avvenuto e della responsabilità che gli era stata affidata, Muhammad (pbsl) chiese che fosse portato un mantello, vi pose la Pietra al centro e chiese che ogni clan designasse uno dei suoi per afferrarne uno dei lati . Poi ordinò di sollevarlo fino all’altezza della nicchia che era stata preparata nell’angolo della Ka’ba.

A questo punto prese la Pietra e la incastonò nel muro. Risolto il problema della Pietra i lavori ripresero e la costruzione fu ben presto conclusa.

La rivelazione del Corano

Avvicinandosi ai quarant’anni, la vita di Muhammad (pbsl) era marcata da strane inquietudini; il sonno gli portava visioni di luci accecanti e sopportava con sempre maggior disagio la gretta società meccana. Aveva preso ad amare la solitudine e si ritirava spesso nel deserto, in una stretta grotta sul monte Hera, a poca distanza dalla citta. Vi rimaneva periodi sempre più lunghi e, come già aveva fatto suo nonno Abd al-Muttalib, vi trascorreva tutto il mese di Ramadan.

Durante una notte, nella terza decade del mese di Ramadan dell’anno 610, mentre Muhammad (pbsl) stava vegliando nella grotta vide comparire davanti a sé una creatura che aveva forma umana ma era fatta di luce.

"L’Angelo mi disse: "Leggi!"- raccontò Muhammad stesso- Io gli risposi che non sapevo leggere. Allora mi cinse tra le sue braccia, mi strinse da levarmi il fiato e ripeté: "Leggi!" Io dissi ancora: "Non so leggere. Di nuovo mi prese e mi strinse tanto che mi parve di morire.

Quando mi lasciò mi ordinò ancora "Leggi!" e io ancora una volta risposi che non sapevo leggere. Mi strinse nuovamente tra le sue braccia con una forza ancora maggiore delle due volte precedenti e disse:

"Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l’uomo da un’aderenza. Leggi, ché il tuo Signore è il Generosissimo, Colui che ha insegnato mediante il càlamo, che ha insegnato all’uomo quello che non sapeva" (Corano XCVI,1-5).

Muhammad ripeté quelle parole e sentì che esse si erano come scolpite nel suo cuore. Poi lo prese un senso vivissimo di angoscia, si issò fuori dalla grotta e cominciò a scendere il pendio. Udì una voce sopra di lui: "O Muhammad, tu sei il Messaggero di Allah e io sono Gabriele. Guardò il cielo e vide l’Angelo: la sua immagine occupava tutto l’orizzonte in qualsiasi direzione volgesse lo sguardo. Con il cuore in tumulto corse giù e non si fermò finché non giunse a casa.

Tremava, batteva i denti ed era coperto di sudore. "Coprimi, coprimi! disse a sua moglie che non lo aveva mai visto in quelle condizioni.

Khadija lo coprì e cercò di calmare la sua agitazione. Poi, quando le narrò quello che gli era accaduto, lei si recò da suo cugino Waraqah, un vecchio cieco che conosceva le Scrit-ture ed era diventato cristiano.

Egli ascoltò con attenzione quel che la donna gli riferiva e non ebbe dubbi: "Quello che Muhammad ha visto è l’Angelo della rivelazione, lo stesso che si è rivelato a Mosè. Egli sarà il Profeta di questo popolo.

"Danne l’annuncio ai tuoi parenti più stretti"

Dopo quel primo episodio nella grotta Muhammad (pbsl) viveva nell’attesa e al contempo nel timore di una nuova rivelazione. Secondo alcuni essa riprese con i primi versetti della sura che sarà chiamata "Il Calamo": "Nun . Per il calamo e ciò che scrivono ! Per Grazia di Allah tu non sei un folle, e in verità ci sarà per te infinita ricompensa, e in verità di un’immensa grandezza è il tuo carattere".(Corano LXVIII,1-5).

Poi forse venne la sura "Il Mattino": "Per la luce del mattino, per la notte quando si addensa: il tuo Signore non ti ha abbandonato e non ti disprezza e per te l’altra vita sarà migliore della precedente. Il tuo Signore ti darà [in abbondanza] e ne sarai soddisfatto. Non ti ha trovato orfano e ti ha dato rifugio? Non ti ha trovato smarrito e ti ha dato la guida? (Corano XCIII,1-8)

Queste rivelazioni tendevano a tranquillizzare Muhammad (pbsl) e nello stesso tempo lo invitavano iniziare la predicazione della verità che gli era stata rivelata.

La prima a convertirsi fu Khadija,poi suo cugino Waraqah, quindi Ali figlio di Abu Talib lo zio del Profeta, Zayd il liberto di Muhammad, Abu Bakr uno degli uomini più influenti della città (che Allah sia soddisfatto di loro).

Da questo gruppo di familiari e intimi si irradiava la luce e la forza della dawa (l’appello) e in poco tempo un gruppo di meccani, tra i quali alcuni notabili, aderì all’Islàm. Tra i primi Sad Abu Waqqas, Zubayr, Abdurahman Ibn Auf, Talhah, Uth-man ibn Affan.

Il primo estraneo alla città fu Abu Dharr al Ghifari. Apparteneva ad una tribù di briganti di strada che non rispettavano nessuna regola e non si facevano scrupoli ad aggredire i pellegrini diretti alla Mecca.

Certamente Abu Dharr aveva condiviso la vita del resto della tribù, ma ne era disgustato ed era un hanif. Qualcuno gli aveva parlato di un coreiscita che predicava il culto dell’Uni-co e aveva dichiarato decaduti tutti i riti pagani.

Senza conoscere neppure il nome del nuovo Profeta, si recò alla Mecca e si confuse con i pellegrini che venivano alla Ka’ba. Rimase in quei pressi ad aspettare di incontrare l’uomo che era venuto a cercare e quando infine lo incontrò lo riconobbe subito come

Profeta. Era alla Mecca da oltre un mese, e quando Mu-hammad (pace e benedizioni su di lui) gli chiese come fosse sopravvissuto per tutto quel tempo, rispose che non aveva avuto altro cibo che l’acqua di Zamzam e che era persino aumentato di peso.

Persecuzioni e martirii

Dopo tre anni di missione semisegreta l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) ricevette l’ordine di estendere la sua predicazione al resto della città.

Il culto del Dio Unico, che era stato più o meno tollerato quando era il caso degli hunaf-, diventava ora insopportabile per l’oligarchia meccana.

Per i capi coreisciti il problema si poneva in termini mate-riali e di potere. La maggior parte di loro era convinta che la predicazione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), che affermava l’unicità assoluta di Dio e l’inconsistenza di tutti gli altri idoli, sarebbe stata considerata un’offesa gravissima per tutte le tribù che avevano posto il loro simulacro nel recinto sacro della Ka’ba.

Erano certi che distruggere gli idoli sarebbe stato decretare la fine della Mecca come capitale religiosa e commerciale della penisola arabica. Inoltre, alcune implicazioni morali e sociali dell’Islàm minavano alle basi la società coreiscita.

La donna si vedeva riconosciuta parità di diritti e di doveri con l’uomo, a cominciare dallo stesso diritto alla vita . Non la si poteva più sposare senza il suo consenso, aveva diritto a disporre dei suoi beni, della dote versatagli dal marito, della sua parte di eredità e degli alimenti in caso di divorzio.

Lo schiavo doveva essere trattato come un fratello, doveva mangiare e vestire come il suo padrone.

L’adulterio diventava una colpa grave e nessuno avrebbe più potuto contare sulla solidarietà tribale per sfuggire ad una giusta pena in caso di crimine.

Preoccupati, ma fiduciosi in una possibilità di accordo con Muhammad (pace e benedizioni su di lui), i notabili si recarono da suo zio Abu Talib che era il capo del clan dei figli di Abd al-Muttalib.

Lo invitarono a convincere il nipote a desistere dalla sua attività, offrendogli in cambio potere e ricchezze. In caso contrario avrebbero combattuto contro di lui e contro tutti quanti non si separavano da lui. Abu Talib riferì a Muhammad le profferte e le minacce e, da parte sua, lo pregò di accettare quanto gli veniva proposto.

La risposta dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu di quelle che non ammettono repliche. Disse : "Giuro in Nome di Allah che, se anche ponessero il sole nella mia destra e la luna nella mia sinistra per indurmi ad abbandonare questa via, io non la abbandonerei prima che Egli l’abbia resa vittoriosa, o che io sia morto per essa. Di fronte a tanta incrollabile fede, ad Abu Talib non rimase confermare al nipote la sua protezione.

Non osando attaccare direttamente Muhammad e gli altri Musulmani più influenti, gli oligarchi istigarono la gente a perseguitare i più deboli, gli schiavi, coloro che non avevano un clan potente alle loro spalle. Li accusavano di essere blasfemi, nemici delle loro tradizioni secolari, del loro ordine, della stessa prosperità della tribù.

Un giorno un gruppo di Musulmani fu sorpreso dai pagani mentre stava pregando in una valletta nei pressi della città. Furono insultati e percossi. Per difendersi Sad Abu Waqqas afferrò l’osso di una mascella di cammello e con quello colpì uno degli aggressori.Era la prima volta che un credente si batteva per la causa di Allah e Sad ne andò fiero per tutta la vita.

Bilal, uno schiavo nero che si era convertito all’Islàm, venne ferocemente torturato dal suo padrone Umayyah, il capo clan dei Jamah.

Questi lo faceva distendere sulla sabbia rovente nell’ora più calda della giornata, gli faceva mettere un macigno sul petto e gli ingiungeva di rinunciare all’Islàm

e tornare ad adorare gli idoli. Piuttosto che abiurare la sua fede Bilal era disposto a morire e nell’estrema sofferenza continuava a ripetere: "ahad, ahad (Uno, Uno). Lo salvò Abu Bakr (che Allah sia soddifatto di lui), che lo acquistò da Umayyah a caro prezzo rendendogli così la libertà e la vita. Non sfuggì al martirio Sumaya, la madre di Ammar; fu uccisa da un capo dei Makhzum che passò alla storia come Abu Jahl (il padre dell’ignoranza) e che fu uno dei peggiori nemici dell’Islàm.

Steso sulla sabbia rovente, con il petto oppresso da un macigno, Bilal continuava a testimoniare l’Unità di Allah.

Hamza, il Leone di Allah Abu Jahl l’irriducubile persecutore dei Musulmani era stato l’inconsapevole causa della conversione di Hamza, lo zio del Profeta (pace e benedizioni su di lui).

Un giorno, mentre Muhammad stava seduto vicino alla Ka’ba, Abu Jahl lo affrontò e lo coprì di insulti. Obbedendo all’ordine di Allah "Sopporta con pazienza quello che ti dicono e allontanati dignitosamente" (Corano LXXIII,10), il Profeta (pbsl) non reagì e, quando il pagano non riuscì più a trovare altre ingiurie, si alzò e si allontanò.

Poco dopo Hamza faceva il suo ingresso nello spiazzo sacro. Era un famoso guerriero e cacciatore; non aveva aderito al-l’Islàm, ma amava suo nipote sinceramente. Tornava dalla caccia e aveva con sé il suo arco.

Una donna lo intercettò e gli disse: "O Abu Umarah, davvero Abu l-Hakam oggi è stato terribile con il figlio di tuo fratello. Lo ha insultato con i nomi peggiori anche se non gli aveva fatto niente, ma Muhammad non gli ha nemmeno risposto.

Nonostante la sua forza, il suo coraggio e la sua maestria nel maneggiare le armi, Hamza non era affatto un attaccabrighe. Anzi, come spesso succede agli uomini audaci e determinati, era pacato e di buon carattere.

Quella volta non potè più trattenersi. Quello che era avvenuto lo riempì d’ira: senza altro indugio entrò nel recinto sacro, raggiunse il Makhzum e, alzato l’ arco glielo calò con tutta la forza sulle spalle.

Era una furia scatenata e investì Abu Jahl dicendogli: "Credi che Muhammad non abbia nessuno che lo protegga? Anch’io sono della sua religione e credo in quello che lui afferma. Vendicati su di me se puoi!.

Se Hamza sperava in una reazione che gli avrebbe consentito di impartire ad Abu Jahl una più dura lezione, rimase deluso. Il capo clan trattenne anche quelli dei suoi che si erano alzati per difenderlo. "Lasciate stare Abu Umarah - disse loro - oggi ho davvero offeso il figlio di suo fratello.

La conversione di Hamza dette prestigio alla nascente comunità dei Musulmani, e la sua presenza accanto a Muhammad garantì all’Inviato di Allah maggior rispetto da parte dei Coreisciti pagani.

L’ emigrazione in Abissinia

Per i Musulmani che non potevano godere di una protezione tribale efficace la situazione alla Mecca diventava sempre più critica e pericolosa.

Sottoposto a vessazioni e torture, qualcuno era stato costretto a pubblica abiura e, pur mantenendo in cuore la fede, era tagliato fuori dal resto della comunità.

Per evitare che i più deboli fossero oppressi, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) consigliò loro di emigrare in Abissinia. "In quel paese regna un sovrano sotto il quale nessuno è perseguitato. Vi potrete rimanere finché Allah non ci aprirà una strada.

Partirono a piccoli gruppi per non dare troppo nell’occhio, un’ottantina di persone in tutto, senza contare i loro figli più piccoli. Guidavano questi emigranti Uthman ibn Affan con sua moglie Ruqayya, la figlia dell’Inviato di Allah, e Jafar ibn Abu Talib che ne era il portavoce . La sua presenza e la sua oratoria si resero preziose quando i Coreisciti decisero di inviare una missione diplomatica, per convincere il re di quel paese a restituire loro i fuggiaschi. I maggiorenti della Mecca avevano infatti intuito la pericolosità della presenza dei Musulmani in un paese con il quale essi mantenevano proficue relazioni commerciali.

Gli Abissini erano cristiani e non amavano il paganesimo ed era certo che la religione proclamata da Muhammad (pace e benedizioni su di lui) aveva molte affinità con quella praticata dal Negus e dal suo popolo.

Si trattava di soffocare sul nascere una qualsiasi possibilità di incontro tra i due culti e relegare i credenti all’interno dell’autocratica società meccana per poterli eliminare con facilità.

Amr ibn al-’As, un uomo noto per la sua scaltrezza e spregiudicatezza fu incaricato di condurre la trattativa. Egli giunse alla corte abissina carico di regali ed ebbe contatti con tutti i principali notabili e con i generali del Negus, affinché usassero la loro influenza a suo favore.

Quando fu ricevuto dal re gli descrisse i Musulmani come reprobi e ingrati, gente che aveva tradito le loro famiglie e bestemmiato il culto dei padri e chiese che fossero estradati.

Nonostante le pressioni dei cortigiani che appoggiavano la richiesta di Amr, il Negus decise di ascoltare quello che avevano da dire i Musulmani; li fece venire al suo cospetto e li interrogò a proposito della loro religione.

Jafar parlò a nome di tutti gli altri: "O re, noi vivevamo nell’ignoranza, adoravamo gli idoli, mangiavamo le carogne, ci abbandonavamo alla fornicazione e opprimevamo i deboli. Allah ha suscitato tra noi un Messaggero. Un uomo che ben conoscevamo e che stimavamo per la sua sincerità, rettitudine e castità. Ci ha insegnato a non adorare altri che Allah nella Sua unicità, a pregare, a dare elemosine a digiunare e ad astenerci dall’iniquità e dal crimine. A causa di ciò siamo stati perseguitati dai nostri concittadini ed è per questo che siamo venuti nel tuo paese nel quale siamo stati accolti e rispettati.

Il Negus chiese che gli riferissero un passo della Scrittura che era stata loro rivelata. Jafar recitò un brano della sura di Maria. "Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente. Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito, che assunse le sembianze di un uomo perfetto. Disse [Maria]:" Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei[di Lui] timorato!. Rispose: "Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro. Disse:" Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina? Rispose:"E’ così. Il tuo Signore ha detto: "Ciò è facile per Me Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. E’ cosa stabilita".(Corano XIX,16-21). La recitazione suscitò una gran de impressione nel re e in tutta la corte.

Quando poi i versetti furono tradotti, molti scoppiarono in lacrime e il Negus disse: " Questa luce proviene dalla stessa fonte da cui proviene il messaggio di Gesù. Poi si rivolse agli inviati dei Coreisciti: " Andate, poiché non ve li consegnerò mai.

Amr tentò ancora di rovesciare la situazione a suo favore. Ritornò dal re e gli disse che i Musulmani insultavano Gesù figlio di Maria definendolo "un servo".

Quando furono di nuovo di fronte al sovrano che chiese loro spiegazioni in proposito, Jafar rispose con grande coraggio e fermezza: "Diciamo di Gesù quello che ci ha insegnato il nostro Profeta, e cioè che egli è un servo di Allah, Suo Messaggero, uno Spirito da Lui proveniente, Parola da Lui data a Maria vergine benedetta. Turbato e profondamente convinto da quanto aveva sentito, il Negus prese un pezzetto di legno e disse: "Gesù figlio di Maria non oltrepassa quello che avete detto nemmeno della lunghezza di questo bastoncino. Poi confermò loro la sua benevolenza e congedò freddamente Amr.

Omar ibn al Khattab

Omar figlio di Khatt-b, colui che sarebbe diventato uno dei più ardenti Musulmani, amico e suocero dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) e infine secondo califfo con il prestigioso appellativo di amir al muminin (principe dei credenti), era un giovane di 25-26 anni forte e coraggioso ed era uno dei più validi sostenitori di suo zio Abu Jahl nella persecuzione contro i credenti.

A suo modo di vedere, Muhammad (pace e benedizioni su di lui) stava seminando divisione e discordia tra i Coreisciti e un giorno prese la decisione di affrontarlo e ucciderlo, senza curarsi delle conseguenze che il suo gesto gli avrebbe procurato. Cinse la sua spada e si diresse verso la casa dell’Inviato di Allah. Nu’aym, uno del suo clan che in segreto era diventato musulmano, lo vide e leggendo sul suo volto una spietata determinazione gli chiese dove stesse andando. La risposta di Omar gettò il credente nella più totale costernazione. Non sapendo come trattenerlo, decise di tentare un diversivo che gli avrebbe consentito di guadagnare tempo ed organizzare la difesa del Profeta. "Prima di far questo- gli disse- occupati della gente di casa tua! e gli rivelò che sua sorella F-timah e il marito Sa’d erano musulmani. Omar accusò il colpo e si diresse immediatamente verso la casa dei suoi congiunti. Giunto nelle vicinanze sentì una voce salmodiante che proveniva dall’interno.

Era quella di Khab-b che stava recitando una parte del Corano, la sura Ta-Ha che era stata appena rivelata. "Ta-Ha . Non abbiamo fatto scendere il Corano su di te per renderti infelice, ma co me Monito per chi ha timore [di Allah], sceso da parte di Colui che ha creato la terra e gli alti cieli. Il Compassionevole Si è innalzato sul Trono. Appartiene a Lui quello che è nei cieli e quello che sta sulla terra, quello che vi è frammezzo e nel sottosuolo. [E’ inutile che] parli ad alta voce, ché in verità Egli conosce il segreto, anche il più nascosto. Allah, non c’è dio all’infuori di Lui! A Lui appartengono i nomi più belli". (Corano XX,1-8)

Sentendolo arrivare Khab-b si nascose. Omar irruppe nella casa, accusò la sorella e suo marito di essere diventati seguaci di Muhammad e al loro diniego aggredì il cognato percuotendolo duramente e ferendo la sorella che cercava di difenderlo. Infine la donna gli disse in tono di sfida: "Siamo diventati musulmani, puoi fare quello che vuoi. Omar la guardò, vide il sangue colare dalla sua testa e si dispiacque della sua condotta. Chiese di leggere quello che stavano recitando.

La sorella gli impose la purificazione completa ed egli vi si sottopose; poi, cominciato a leggere il foglio su cui era scritta la prima parte della sura esclamò: "Quanta bellezza e nobiltà in queste parole!. Khab-b, che si era nascosto al suo arrivo, uscì dal suo nascondiglio e disse: "Omar, spero che Allah ti abbia prescelto per la preghiera che ha fatto ieri l’Inviato di Allah. Ha detto: "Signor mio, fa’di Abu’l Hakam (Abu Jahl) o di Omar ibn al- Khatt-b un sostenitore dell’Islam.

Allah (gloria a Lui l’Altissimo) aveva deciso di conquistare il cuore di Omar: con la stessa determinazione che aveva mosso la sua volontà omicida, egli si recò presso l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) e dichiarò il suo Islàm.

Egli non era uomo da tenere nascosto quello in cui credeva, e decise di renderlo pubblico proclamandolo direttamente nelle orecchie del suo peggiore nemico.

L’indomani mattina bussò alla porta di Abu Jahl e quando il Makhzum venne fuori per accoglierlo gli disse: "Sono venuto per dirti che credo in Allah e in Muhammad Suo Messaggero. Quindi se ne andò lasciandolo sbalordito e furente.

Le conversioni di Hamza e di Omar rafforzarono notevolmente la comunità dei Musulmani

Il bando dei Bani Hashim

L’aumento delle conversioni, il fallimento della missione in Abissinia e la conversione di Omar avevano scosso la sicurezza dei pagani. Guidati da Hamza e dallo stesso Omar i credenti avevano preso coraggio e si recavano spesso a pregare in gruppo di fronte alla Ka’ba. Nessuno osava cercare di fermarli nel timore di scatenare una dura reazione che avrebbe coinvolto nello scontro buona parte dei clan.

Ancora una volta fu Abu Jahl ad architettare un’infamia. Propose di mettere al bando tutti i Bani Hashim, i componenti

del clan del Profeta (pace e benedizioni su di lui) che, credenti o meno, gli testimoniavano solidarietà e gli garantivano protezione. Tutti i clan si impegnarono, in un documento che fu poi affisso all’interno della Ka’ba, a non commerciare con loro, a non sposare le loro donne e non dare le figlie in sposa ai loro uomini. Il bando fu sottoscritto da quaranta capi dei clan. Gli unici a non farlo furono quelli del clan di Muttalib, che pertanto furono accomunati ai cugini hashimiti.

Il bando durò due anni, nel corso dei quali la famiglia del Profeta fu sottoposta ad una prova durissima. La fame era la loro compagna quotidiana e riuscirono a sopravvivere solo grazie alla solidarietà degli altri Musulmani, tra i quali in particolare modo Abu Bakr che dette fondo alle sue ricchezze.

Anche qualche pagano, legato ai Bani Hashim o alle loro mogli da vincoli di parentela, riusciva col favore tenebre ad inviare loro qualche provvista. Uno di questi ultimi, Hisham ibn Amr, riuscì infine a mettere insieme un gruppo che chiese la revoca del bando. Molti alla Mecca erano convinti che fosse tempo di farla finita con quell’iniquità e, quando qualcuno entrò nella Ka’ba portando fuori quel che rimaneva del documento in questione, ci si accorse che i tarli avevano rosicchiato tutta la pergamena lasciandone solo un frammento sul quale stava scritto: "Nel Tuo nome, o Dio ". Tutti lo interpretarono come un segno e il bando fu ufficialmente revocato. La notizia si diffuse in tutta la penisola arabica e alcuni viaggiatori la portarono alle orecchie dei Musulmani emigrati in Abissinia, una parte dei quali, tra cui Uthman e sua moglie, decisero di rientrare alla Mecca.

Approfittando del clima di generale riconciliazione i politeisti proposero al Profeta (pbsl) un compromesso: tutti quanti avrebbero praticato sia l’Islàm che la religione tradizionale. In quell’occasione Allah (gloria a Lui l’Altissimo) rivelò la sura dei Miscredenti. "Di’:"O miscredenti! Io non adoro quel che voi adorate e voi non siete adoratori di quel che io adoro. Io non sono adoratore di quel che voi avete adorato e voi non siete adoratori di quel che io adoro:

a voi la vostra religione, a me la mia". (Corano CIX)

Il viaggio miracoloso

Correva quello che sarebbe stato indicato come l’Anno della tristezza (619/620 d.C.). In soli tre giorni l’Inviato di Allah (pbsl) aveva perso i due capisaldi della sua realtà affettiva e sociale: l’amatissima moglie Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) e lo zio Abu Talib, capo del suo clan e suo protettore. Abu Lahab, suo zio paterno ma al contempo suo implacabile oppositore, era diventato il decano dei Bani Hashim ed aveva fatto sì che Muhammad fosse isolato dal resto del clan. In quei tempi, senza protezione tribale, l’esistenza poteva essere molto difficile per chi si fosse messo in contrasto con la maggior parte dei notabili della città. Stretto in questa situazione l’Inviato di Allah tentò una missione a Ta’if, una città ad un centinaio di chilometri dalla Mecca, sede del culto della dea al-Lat. Il risultato fu disastroso:
respinto e ingiuriato, Muhammad (pbsl) corse gravi rischi per la sua incolumità e nel pieno dello sconforto pregò

così il suo Signore: "Mi rifugio in Te, Signore, [afflitto] dalla mia debolezza e dalla mia impotenza. Tu sei il Dio dei deboli, Tu sei il mio Signore e il mio Dio. Mi abbandonerai a stranieri nemici? Se non ho suscitato il Tuo corruccio, non temo alcunché. Mi rifugio nella Luce del Tuo Volto che ha illuminato. Non c’è forza e non c’è potenza se non in Te".

Dopo che ebbe pronunciato questa invocazione scese in lui una ritrovata serenità, rinacque la speranza e, ottenuta una protezione tribale, rientrò alla Mecca scortato da un capo clan che non gli era ostile.

Poco tempo dopo Allah (gloria a Lui l’Altissimo) gli diede un meraviglioso segno della Sua Benevolenza.

La tradizione, ricchissima a questo proposito, ci riferisce che una notte, mentre Muhammad (pbsl) stava dormendo vicino alla Ka’ba, fu svegliato da Gabriele (pace su di lui) e condotto a Gerusalemme. Colà, nel recinto di quello che era stato il Tempio di Salomone, pregò Allah insieme ad Abramo, Mosè e Gesù e tutti gli altri profeti (pace su tutti loro) e poi ascese fino al Sidr-tu al - Muntah- (il Loto del Limite) che si trova alla destra del Trono di Allah.

Muhammad (pbsl) ebbe un colloquio con l’Altissimo, Che lo salutò con una frase che è entrata a far parte integrante dell’orazione "Siano su di te la pace, o Profeta, e la misericordia di Allah e le Sue benedizioni e sia pace su tutti i Suoi servi devoti". Muhammad rispose allora con la professione di fede. Poi gli furono date conoscenza e dottrina, precetti morali e raccomandazioni per la sua missione. Inoltre, gli fu rivelato il versetto 285 della sura della Giovenca che contiene la sintesi dottrinale dell’Islàm. "Il Messaggero crede in quello che è stato fatto scendere su di lui da parte del suo Signore, come del resto i credenti: tutti credono in Allah, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri e nei Suoi Messaggeri. "Non facciamo differenza alcuna tra i Suoi Messaggeri. E dicono: "Abbiamo ascoltato e obbediamo. Perdono, Signore! E’ a Te che tutto ritorna". (Corano II,285).

Tra le norme ricevute c’era l’obbligo di compiere cinquanta orazioni ogni giorno. Su suggerimento di Mosè, Muhammad chiese all’Altissimo di alleggerire il precetto finché, Allah lo ridusse alle cinque orazioni quotidiane.

Quando ritornò alla Mecca, il racconto di questo viaggio miracoloso suscitò l’ilarità e lo scherno dei miscredenti e molti Musulmani di debole fede dubitarono di lui. In questo frangente il suo amico e futuro califfo Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) dimostrò il livello della sua fede e la sincerità del suo affetto non dubitando nemmeno un istante della veridicità del racconto.

Le relazioni tra gli abitanti della Mecca e quelli della più settentrionale oasi di Yathrib erano piuttosto intense.

Gli Aws e i Khazraj

Le relazioni tra gli abitanti della Mecca e quelli della più settentrionale oasi di Yathrib erano piuttosto intense.

In particolare, la famiglia del Profeta (pbsl) era legata da diversi vincoli di parentela con le più importanti famiglie di Yathrib. Sua bisnonna Salma, madre di Abd al-Muttalib, e sua madre Ami-nah erano originarie dell’oasi.

Contando su questo elemento, di grande importanza nella società tribale del tempo, l’Inviato di Allah (pbsl), stabilì un contatto con i due più importanti clan di Yathrib: gli Aws e i Khazraj.

Essi erano spesso in lotta tra loro e la presenza di tre forti clan ebraici, Bani Nadir, Bani Qurayza e Bani Qaynuqa non favoriva la pacificazione. In caso di conflitto tra i Khazraj e gli Aws, i rispettivi alleati Ebrei entravano in campo e combattevano contro i loro fratelli di religione

Il loro comportamento si innestava su quello litigioso dei vicini arabi e manteva l’oasi un clima di costante instabilità. Da questa situazione gli Ebrei lucravano benefici politici e materiali: abili artigiani, fabbricavano armi che vendevano ai con tendenti e, al contempo,

finanziavano a caro prezzo il loro sforzo bellico.

Fu nella valle di Mina, in un luogo chiamato Aqabah che nell’anno 620, durante il periodo del pellegrinaggio, si svolse un incontro le cui conseguenze avrebbero impresso una svolta cruciale agli avvenimenti.

"Ritorneremo dai nostri -promisero- e li inviteremo ad accettare la tua religione così come noi l’abbiamo accettata. Essi sono divisi dall’inimicizia e dal male e se Allah li riunificherà intorno a te, nessun uomo potrà avere maggior potere di te.

L’anno successivo cinque di loro rifecero il pellegrinaggio insieme a sette loro concittadini tra cui due membri degli Aws, il clan loro rivale. Si incontrarono nello stesso luogo e fu stipulato un patto in base al quale essi si impegnarono a sottomettersi al Profeta di Allah, a non associare nulla ad Allah, a non rubare, a non fornicare, a non ammazzare i loro figli, a non proferire calunnie e a non disobbedirlo in ciò che era giusto.

Dal canto suo il Profeta disse loro: "Se adempite a questo impegno, allora il Paradiso sarà vostro; se commettete uno di questi peccati e ne ricevete la punizione su questa terra, questo vi servirà da espiazione. Se invece lo terrete nascosto fino al giorno della Resurrezione, allora sarà Allah a punire o perdonare, come vorrà.

Nell’anno ancora successivo furono settantatré gli abitanti di Yathrib che nell’occasione del pellegrinaggio, si recarono ad incontrare l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui). Fu definito tra loro un nuovo patto detto "seconda Aqabah", in base al quale dodici capi dei clan degli Aws e dei Khazraj si impegnavano a difendere il Profeta con la stessa determinazione con la quale avrebbero difeso le loro donne. La prima conseguenza pratica di questo accordo fu l’inizio dell’emigrazione dei Musulmani di Mecca verso Yathrib, quella che ormai stava diventando la Medina (città) del Profeta.

L’Egira

A piccoli gruppi i credenti cominciarono ad emigrare verso Yathrib. Il viaggio era lungo e pericoloso, ma con l’aiuto di Allah tutto si svolgeva senza incidenti di rilievo.

Partirono Hamza e Zaid, Uthman e Omar con le loro mogli e i figli; in poco tempo la maggior parte dei compagni del Profeta emigrò. Anche Abu Bakr chiese il permesso di partire, ma Muhammad (pace e benedizioni su di lui) lo invitò ad aspettare. "Chissà che Allah non ti dia un compagno, gli disse. Arguendo che era destinato ad emigrare con il Profeta, Abu Bakr rimase in fiduciosa attesa.

Intanto i politeisti guardavano con sempre maggior apprensione a quanto stava accadendo. A Yathrib stava affluendo la maggior parte dei loro nemici e con il concorso dei loro nuovi alleati avrebbero potuto costituire una grave minaccia per la città. "Quella gente, pensavano i politeisti, non tiene in nessun conto i legami tribali quando essi entrano in conflitto con la loro religione. Bisogna rompere gli indugi e adottare una soluzione definitiva".

Anche questa volta fu la mente malefica e feconda di Abu Jahl a concepire il piano criminale. Avrebbero ucciso Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e lo avrebbero fatto in modo tale da evitare la vendetta tribale sull’omicida.

Una banda di sicari, uno per ognuno dei clan, sarebbe penetrata nella sua casa e lo avrebbe ucciso. I Bani Hashim non avrebbero potuto far la guerra a tutta la città e in tal modo i congiurati avrebbero ottenuto l’impunità.

In quelle stesse ore il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ricevette la visita di Gabriele, che gli portò l’ordine di lasciare la città. Subito si recò da Abu Bakr e lo informò di quello che l’Angelo gli aveva detto. Quando il Profeta gli confermò che sarebbero partiti insieme, Abu Bakr pianse di gioia
Sapendo che i suoi movimenti erano spiati da quelli che si stavano preparando ad ucciderlo Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ideò uno stratagemma.

Diede ad Ali il suo mantello e gli disse: "Avvolgiti in questo o mantello e dormi sul mio letto. Non ti faranno alcun male. Poi iniziò la recitazione della sura Ya-Sin e quando giunse al versetto che dice: "poi li avvilupperemo affinché non vedano niente" (Corano XXXVI,9), uscì di casa senza che nessuno lo potesse vedere.

Quando i congiurati si accorsero della sua sparizione il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era già lontano. Aveva raggiunto Abu Bakr ed erano partiti verso sud per ingannare gli inseguitori. Si rifugiarono in una grotta sulle pendici del monte Thawr, sulla strada per lo Yemen. I loro nemici avevano promesso cento cammelli a chi li avesse riportati indietro e molti armati stavano percorrendo tutte le possibili piste che si dirigevano verso l’oasi. Nel piano del Profeta la permanenza nella grotta aveva lo scopo di far calmare le acque perché poi potessero dirigersi con maggior sicurezza verso la meta. Al terzo giorno un gruppo di uomini giunse ai piedi del monte e cominciò ad inerpicarsi sulle sue pendici.

Giunti davanti all’apertura della grotta rimasero a discutere tra loro, poi si convinsero che all’interno non poteva esserci nessuno e se ne andarono. Appena si furono allontanati, Muhammad e Abu Bakr si avvicinarono all’imboccatura e videro con emozione i segni del favore del loro Signore: una acacia era cresciuta coprendo con le sue foglie l’entrata della grotta, un ragno aveva tessuto una spessa ragnatela tra l’albero e la roccia e, nel punto dove un uomo avrebbe dovuto posare il piede per poter entrare nella cavità naturale, una colomba aveva fatto il suo nido e stava covando.

Poco prima, quando i nemici stavano avvicinandosi, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva tranquillizzato il suo compagno dicendogli: "Cosa pensi di due persone quando Allah è il terzo di loro?.

Giunsero infine a Yathrib, accolti in un tripudio generale. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) declinò con gentilezza tutti gli inviti a fermarsi che la gente gli rivolgeva speranzosa di potersi concedere un onore di quel genere e lasciò che la sua cammella vagasse per l’oasi senza guida apparente. Quando qualcuno cercava di fermarla afferrando le sue briglie, diceva amabilmente: "Lasciatela andare, è guidata. Si fermò infine in un cortile di proprietà di due orfani. Muhammad chiese loro se volevano vendergli quel terreno. "Te lo regaliamo, o Inviato di Allah risposero gli orfani. Il Profeta (pbsl) insistette per comprarlo e infine la transazione fu conclusa.

In quel cortile sarebbe sorta la sua casa, la sua moschea e vi sarebbe stato sepolto alla sua morte

Medina

Nell’oasi cominciò una nuova vita. Uniti nella nuova religione, gli abitanti di Yathrib trovarono finalmente armonia e concordia.

Per gettare le basi di una nuova comunità che non si basava più sui vincoli di sangue ma sull’identica fede nell’Altissimo (gloria a Lui) e rafforzare quella stessa fede, il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) decise di istituire uno speciale legame fraterno tra i credenti originari dell’oasi, denominati Ansar (ausiliari), e quelli provenienti dalla Mecca, Muhajirun (emigrati). Ad ogni emigrato assegnò un particolare Ausiliario e viceversa, così che tutti i credenti fossero uniti tra loro.

La condizione degli emigrati era difficile, lasciando la Mecca avevano perso tutti i loro beni e la nuova solidarietà alleviò in parte questa miseria. Qualcuno di loro riuscì a mettere a profitto le capacità per le quali già eccelleva; un esempio per tutti quello di Abdurrahman Ibn Auf. Era stato uno degli uomini più ricchi della Mecca ma quando arrivò a Medina non disponeva più di nulla. L’ausiliario che il Profeta gli aveva assegnato, al colmo dello slancio fraterno gli disse: "Possiedo due case, prendine una; possiedo due giardini, uno è il tuo; ho anche due mogli, se vuoi divorzio da una di loro e tu potrai sposarla.
Abdurahman lo ringraziò e gli disse: "Indicami solo dov’è il mercato. Vi si recò, comprò qualche merce a credito e la vendette guadagnando; pagò il debito e ne comprò dell’altra.

Nel giro di pochi mesi era di nuovo uno degli uomini più facoltosi della comunità; quando morì, dovettero usare la pala per spostare l’oro che aveva accumulato.

Il sentimento di fratellanza non era tuttavia unanimemente condiviso. Due categorie di persone che vivevano nell’oasi avevano mal sopportato l’arrivo del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e il nuovo clima venutosi a creare: i miscredenti e gli ipocriti.

Il primo gruppo era costituito soprattutto dagli appartenenti ai clan ebraici di Yathrib. Nella loro grande maggioranza non avevano accettato che ci potesse essere un nuovo profeta non ebreo e, pur riconoscendo il messaggio, non erano disposti a riconoscere il Messaggero.

Di loro parlava il Corano nella Sura della Giovenca, che fu rivelata proprio nel primo periodo medinese: "Tra la gente del Libro, ci sono molti che, per invidia, vorrebbero farvi tornare miscredenti dopo che avete creduto e dopo che anche a loro la verità è apparsa chiaramente!". (Corano II,109)

Una testimonianza in proposito venne negli anni successivi da Safiyyah figlia di Huyay, che divenne una delle spose dell’Inviato di Allah. La giovane, figlia di uno dei più importanti capi degli Ebrei di Khaybar, raccontò che da bambina era rimasta colpita da quanto aveva sentito dire da suo padre e suo zio a proposito di Muhammad (pbsl). I due uomini, poco tempo dopo l’arrivo del Profeta a Yathrib, erano andati a vederlo e a sentirlo parlare. Tornarono scuri in volto e preoccupati. "Allora è proprio lui - disse uno - è il Profeta di cui parlano le nostre Scritture? " Se - rispose il fratello. "Lo dobbiamo riconoscere? chiese il primo. "Mai! - concluse l’altro- Anzi, lo combatteremo con tutte le nostre forze.

Un altro fatto che doveva aver indispettito non poco gli Ebrei era stato il cambiamento dell’orientazione rituale nell’assolvimento della preghiera. Fino ad allora i Musulmani avevano sempre pregato rivolgendosi verso Gerusalemme, ma Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sentiva che erano maturi i tempi di dare un segno certo del ritorno alla purezza iniziale del culto abramico. Quale miglior segno se non quello di rivolgersi verso il Tempio che lo stesso Abramo e suo figlio Ismaele avevano costruito?

La rivelazione giunse puntuale: "Ti abbiamo visto volgere il viso al cielo. Ebbene, ti daremo un orientamento che ti piacerà. Volgiti dunque verso la Sacra Moschea. Ovunque siate, rivolgete il volto nella sua direzione. Certo, coloro a cui è stato dato il Libro, sanno che questa è la verità che viene dal loro Signore. Allah non è incurante di quello che fate" (Corano III,144). Con questo versetto Allah (gloria a Lui l’Altissimo) confermava di aver voluto rispondere all’aspettativa del Suo Inviato (pace e benedizioni su di lui).

Il fatto era avvenuto in maniera netta e clamorosa. L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) stava guidando l’orazione del mezzogiorno nella casa di Bishr ibn Bar-, quando a metà dell’orazione ricevette il versetto contenente l’ordine di rivolgersi verso la Ka’ba. Così, abbandonando l’orientamento verso Gerusalemme, si volse in direzione della Mecca. Quando poi vennero inviati messi per informare tutti i credenti di questo fatto, essi giunsero presso alcune comunità mentre erano riunite in preghiera. Essendo rivolto verso nord l’imam si alzò, risalì le file degli oranti per compiere una rotazione di 180¡ che lo ponesse con fron te a sud, in direzione della Mecca. Questo fatto provocò un minimo di scompiglio e la gente dovette riallinearsi.

In questo contesto qualcuno provò a rinfocolare i vecchi odi tra Aws e Khazraj, utilizzando la poesia per ricordare loro le trascorse ostilità.

Essa era la sola arte in cui eccellevano gli Arabi al tempo della predicazione dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui). In una società che sopportava la durezza della vita nel deserto grazie all’altissima considerazione che aveva di se stessa, delle sue virtù guerriere, del suo senso dell’onore e dell’estrema suscettibilità tribale, i poeti erano considerati dei veri e propri divi. Si riteneva che fossero dei posseduti, che la loro vena avesse origine magica e i clan se ne contendevano i favori coprendoli di onori e regali. Essi erano la memoria storica della tribù e, cantando gli antichi fasti dei suoi guerrieri, eccitavano gli uomini al combattimento e alla bravura. Nei loro versi le considerazioni etiche erano utilitaristiche; per gli Arabi politeisti il bene si identificava immancabilmente con gli interessi della tribù e un vecchio torto riesumato era sempre valido motivo per giustificare violenze e razzie contro odiati vicini. Si può ben comprendere come i poeti fossero i cantori di quella anarchica conflittualità che dilaniava la società araba.

L’Islàm, con la sua missione pacificatrice e unificatrice, si poneva in aperta antitesi agli interessi di questi personaggi; essi se ne resero conto ben presto e impegnarono la loro arte al servizio dei nemici di Allah e del Suo Inviato (pace e benedizioni su di lui). Per la prima volta la poesia usciva dai suoi limiti di particolarismo tribale e assumeva un ruolo di difesa di quello stesso tribalismo che la predicazione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) minava alle sue fondamenta, sostituendogli il concetto di Umma (comunità dei credenti). Il Profeta stesso fu preso di mira e crudelmente attaccato dai poeti e poi difeso ed elogiato da quelli di loro che avevano riconosciuto la sua missione.

In quell’occasione particolare un notabile degli Ebrei Bani Qaynuqa incaricò un giovane di andarsi a sedere tra gli Ausiliari e cominciare a declamare versi che celebravano l’eroismo e i ricordavano i lutti dei loro passati scontri.

Non ci volle molto perché la gente si eccitasse e cominciasse ad insultarsi; dalle parole stavano per passare alle armi, quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui), informato di quanto stava accadendo, si interpose tra le due schiere ricordando loro il patto di concordia che avevano stipulato in nome della comune fede nell’Unico. Allora tutti si abbracciarono e tornarono pentiti alle loro case.

Per quanto riguarda gli ipocriti, essi erano quelli il cui comportamento il Corano stigmatizza con la più grande precisione:

"Tra gli uomini vi è chi dice: "Crediamo in Allah e nel Giorno Ultimo! e invece non sono credenti. Cercano di ingannare Allah e coloro che credono, ma non ingannano che loro stessi e non se ne accorgono. Nei loro cuori c’è una malattia e Allah ha aggravato questa malattia. Avranno un castigo doloroso per la loro menzogna. E quando si dice loro: "Non spargete la corruzione sulla terra, dicono: "Anzi, noi siamo dei conciliatori! Non sono forse questi i corruttori? Ma non se ne avvedono. E quando si dice loro: "Credete come hanno creduto gli altri uomini, rispondono: "Dovremmo credere come hanno creduto gli stolti? Non sono forse loro gli stolti? Ma non lo sanno. Quando incontrano i credenti, dicono: "Crediamo; ma quando sono soli con i loro demoni, dicono: "Invero siamo dei vostri; non facciamo che burlarci di loro. Allah si burla di loro, lascia che sprofondino nella ribellione, accecati. Sono quelli che hanno scambiato la retta Guida con la perdizione. Il loro è un commercio senza utile e non sono ben guidati". (Corano II,8-16).

Alla testa di questo gruppo c’era un Khazraj, Abd Allah ibn Ubayy ibn Sallul. Quando il Profeta arrivò a Yathrib, questi stava per essere nominato re dell’oasi e un orafo era stato incaricato di fabbricargli una vera corona. Si convertì formalmente e assolveva pubblicamente ai riti, tuttavia non cessò mai di tramare contro l’Islàm e contro i Musulmani e solo la protezione di Allah riuscì a rendere vane le sue manovre.

La battaglia di Badr

Le notizie che provenivano dalla Mecca non erano certo di quelle che potevano rasserenare gli animi degli Emigrati. Tutti i beni che essi avevano lasciato nella città erano stati confiscati: case , negozi, merci. Fino a quel momento il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva sempre predicato la pazienza e la sopportazione ed egli stesso aveva dato l’esempio più fulgido di questo atteggiamento. Non aveva mai reagito alle provocazioni, neppure a quelle più feroci o disgustose, obbedendo a quanto gli veniva ordinato da Allah (gloria a Lui l’Altissimo), Che lo guidava nella sua missione con la progressiva rivelazione del Corano.

Scesero infine i versetti che autorizzavano la reazione dei credenti: "A coloro che sono stati aggrediti è data l’autorizzazione [di difendersi], perché certamente sono stati oppressi e, in verità, Allah ha la potenza di soccorrerli; a coloro che senza colpa sono stati scacciati dalle loro case solo perché dicevano: "Allah è il nostro Signore. Se Allah non respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora distrutti monasteri e chiese, sinagoghe e moschee nei quali il Nome di Allah è spesso menzionato. Allah verrà in aiuto di coloro che sostengono [la Sua religione]. In verità Allah è forte e possente". (Corano XXII,39-40)

Dopo qualche scaramuccia che servì più cha altro a saggiare la reazione nemica, il primo episodio di rilievo avvenne a sud della Mecca, sulla pista che conduceva allo Yemen.

I Coreisciti non si aspettavano certo attacchi a sud della Mecca e il Profeta (pace e benedizioni su di lui) vi aveva inviato un gruppo di esploratori per verificare la possibilità di operazioni in quel settore.

Il gruppo, nove uomini al comando di Abd Allah ibn Jahsh, si imbatté in una piccola carovana di mercanti meccani e decise di attaccarla nonostante ci si trovasse in uno dei mesi che tradizionalmente erano considerati sacri e nei quali erano interdette guerre e razzie .

Il Corano avrebbe poi giustificato il loro comportamento con la rivelazione di questo versetto: "Ti chiedono del combattimento nel mese sacro. Di’: "Combattere in questo tempo è un grande peccato, ma più grave è frapporre ostacoli sul sentiero di Allah e distogliere da Lui e dalla Santa Moschea. Ma, di fronte ad Allah, peggio ancora scacciarne gli abitanti. L’oppressione è peggiore dell’omicidio. Ebbene, essi non smetteranno di combattervi fino a farvi allontanare dalla vostra religione, se lo potessero." ( II,217)

L’attacco ebbe successo e il drappello tornò a Medina carico di preda e portando con sé due prigionieri.

Ma il vero e proprio inizio delle ostilità generalizzate tra fede e miscredenza si ebbe con la battaglia di Badr.

L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva deciso di attaccare una carovana coreiscita che tornava dalla Siria carica di merci pregiate, ma l’agguato fallì e i Musulmani si trovarono a dover scegliere tra l’inseguimento della spedizione commerciale e lo scontro con un vero esercito di circa mille uomini che era partito dalla Mecca in suo soccorso. Questo cambiamento di programma costituiva un rischio militare e politico importante. Attaccare una carovana difesa da poche decine di armati poteva essere un’azione senza gravi conseguenze di ordine generale; scontrarsi con un grosso contingente di meccani, nel quale erano rappresentati tutti i più importanti clan della città ed era guidato dai notabili più in vista, diventava necessariamente un fatto di grande risonanza politica, il cui esito poteva condizionare il futuro della Comunità islamica e la stessa sicurezza di Medina. Ottenuto l’appoggio dei Muhajirun (gli Emigrati) e degli Ansar (gli Ausiliari medinesi), l’Inviato di Allah accettò il combattimento in campo aperto. I numeri che la tradizione ha tramandato ci informano che i Musulmani erano 314, montati (a turno) su 70 cammelli e tre cavalli; mentre i pagani erano forti di circa mille uomini e avevano un centinaio di cavalli.

Secondo il costume arabo la battaglia fu preceduta dallo scontro di tre Coreisciti pagani con tre Musulmani. I campioni della fede furono tre membri della Famiglia del Profeta (pace e benedizioni su di lui): Hamza, Ali ibn Abi Talib e Ubayda ( che Allah sia soddisfatto di tutti loro). La vittoria arrise ai credenti e fu la stessa cosa per il combattimento che iniziò subito dopo. Nonostante lo svantaggio numerico i Musulmani combatterono con ardore sovrumano e Allah (gloria a Lui l’Altissimo) intervenne nello scontro con angeliche truppe guerriere.

Dice il Corano: "Allah già vi soccorse a Badr, mentre eravate deboli. Temete Allah! Forse sarete riconoscenti! Quando dicevi ai credenti: "Non vi basta che il vostro Signore faccia scendere in vostro aiuto tremila angeli?

Anzi, se sarete pazienti e pii, quando i nemici verranno contro di voi, il vostro Signore vi manderà l’ausilio di cinquemila angeli guerrieri"(Corano III,123-125)

Ci furono episodi di splendido eroismo e di totale abnegazione che costituiscono per tutti i tempi esempio di coraggio e di comportamento nella guerra per la causa di Allah. Trovarono il martirio quindici Musulmani tra cui Umayr, un giovane quindicenne, parente del Profeta. Ben più pesante fu il bilancio delle perdite in campo pagano:
cinquanta uomini rimasero uccisi e altrettanti furono presi prigionieri.

Dopo anni di persecuzioni e oltraggi, Allah (gloria a Lui l’Altissimo) aveva onorato la Sua Comunità anche sul campo di battaglia: era il 17¡ giorno del mese di Ramadan del secondo anno dall’Egira

L’espulsione dei Bani Qaynuqa

Gli accordi a suo tempo stabiliti tra il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e gli abitanti di Yathrib comprendevano naturalmente anche i clan ebrei che costituivano quasi la metà dei suoi abitanti.

La costituzione dello Stato islamico di Medina garantiva loro libertà di culto e proteggeva tutte le loro proprietà; in cambio gli Ebrei si impegnavano in un patto di mutua assistenza con i Musulmani in caso di aggressione.

Dopo il successo di Badr, l’insofferenza degli Ebrei nei confronti di Muhammad si faceva sempre più evidente.

Un giorno l’Inviato di Allah (pbsl) si era recato nel loro mercato per invitarli all’Islàm dicendo: "O Giudei, temete Allah, affinché non vi giunga la stessa disgrazia che ha colpito i Coreisciti e abbracciate l’Islàm. Invero voi sapete che io sono il Profeta inviato.

E’ scritto nella vostra Scrittura e Allah vi ha impegnati in questa cosa! Gli risposero impudentemente: "O Muhammad, tu non conosci altri che il tuo popolo; non farti ingannare dall’esserti scontrato con gente che non conosce l’arte militare: per caso tu hai inflitto loro una sconfitta.
Per Dio, se noi ti combattessimo sapresti che siamo uomini

Qualche tempo dopo una donna musulmana fu gravemente offesa da un orefice ebreo che gli strappò la veste, pensando di fare una cosa divertente. Il suo grido di vergogna richiamò un musul mano che colpì duramente l’ebreo uccidendolo. Accorsero altri Ebrei e uccisero il musulmano.

Gli Ebrei andarono a rinchiudersi nella loro fortezza, nella quale avevano potuto concentrare più di settecento combattenti armati di tutto punto e attesero le reazioni.

Quando fu informato, il Profeta si mise alla testa dei Musulmani e non si fermò finché non giunse sotto la fortezza dei Ba-ni Qaynuqa. Da sotto le mura li esortò: " O Ebrei, abbracciate l’Islàm e sarete salvi. Dagli spalti risposero: " Ci hai avvertiti, o Abul Qasim Per tre volte ripeté l’invito e per tre volte gli risposero nello stesso modo.

Dopo due settimane trascorse nella vana attesa che i i Khazraj con i quali erano alleati travenissero loro in aiuto si arresero e furono espulsi dall’oasi. Partirono con tutti i loro beni trasportabili; solo le armi furono confiscate e andarono ad arricchire l’allora magro arsenale dei credenti.

La battaglia di Uhud

Quanto era avvenuto a Badr bruciava ancora all’orgoglio coreiscita e importanti risorse finanziarie erano state impiegate per organizzare la vendetta.

Mentre i preparativi erano ancora in corso, i Musulmani si impadronirono di una carovana che trasportava merci preziose sulla via verso l’Iraq, aumentando, se era possibile, il risentimento e la preoccupazione dei politeisti. L’oligarchia meccana cominciava a sentirsi accerchiata, la tattica messa in campo dai Musulmani aveva reso insicure tutte le vie carovaniere su cui transitavano le loro merci. Senza sicurezza nel commercio la città era strangolata.

Negli ultimi giorni del mese di Ramadan del III anno dopo l’Egira, giunsero a Medina notizie allarmanti: un’armata di oltre tremila uomini tra cui duecento cavalieri stava marciando verso la città.

L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) dette subito disposizioni per la mobilitazione generale e tutti coloro che vivevano fuori dalle mura di Medina furono invitati a ripararsi all’interno della città con il loro bestiame per non diventare facile preda delle avanguardie nemiche.

Giunti ai limiti dell’oasi i Coreisciti e i loro alleati si accamparono. Dopo qualche esitazione il Profeta (pace e benedizioni su di lui) decise di uscire dalla città e affrontare i politeisti in campo aperto; ordinò i suoi disponendo un centro e due ali, un’avanguardia e una retroguardia. Gli arcieri erano attestati su di un’altura con funzioni di copertura e con la consegna di non abbandonare la posizione per nessun motivo.

Al primo affondo dei Musulmani, i miscredenti fuggirono lasciando sul campo una grande quantità di bottino. Obnubilati dall’euforia per la vittoria che sembrava certa e dalla sete di bottino, gli uomini della retroguardia e quaranta dei cinquanta arcieri abbandonarono la loro posizione lasciando scoperto il grosso dell’esercito.

Era l’occasione che Khalid ibn Walid stava aspettando; alla testa della cavalleria meccana caricò con i suoi duecento uomini prendendo i credenti alle spalle e rovesciando le sorti della battaglia. I Musulmani si sbandarono e cominciarono a risalire verso la montagna, dove non potevano essere inseguiti dai nemici a cavallo. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) cercò di arrestarli e riordinare le loro linee, ma nel pieno del panico non potevano sentire le sue grida.

Il Corano ci ricorda i fatti al vers. 152 della sura della Famiglia di Imran, in cui Allah rimprovera ai Musulmani la loro disobbedienza e la loro avidità. "Quando risalivate senza badare a nessuno, mentre alle vostre spalle il

Messaggero vi richiamava . Allora [Allah] vi ha compensato di un’angoscia con un’altra angoscia, affinché non vi affliggeste per quello che vi era sfuggito e per quello che vi era capitato. Allah è ben informato di quello che fate". (Corano III,152)

La prima angoscia di cui parla il Libro Sacro è quella che assalì i credenti per la sconfitta che stavano subendo, angoscia che si aggravò ancor più quando si diffuse la notizia della morte di Hamza.

Lo zio del Profeta era stato ucciso da uno schiavo abissino prezzolato da Hind, moglie di Abu Sufy-n, che voleva vendicare la morte dei suoi congiunti caduti nella battaglia di Badr.

La seconda angoscia fu quella causata dalla falsa notizia della morte dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui).

In verità egli era stato ferito due volte nello scontro: una prima volta da una pietra che gli spaccò il labbro inferiore e gli ruppe un dente, una seconda volta da un terribile colpo di spada che lo fece cadere a terra stordito. Per grazia di Dio si riebbe rapidamente e ritrovarlo in piedi consolò i Musulmani.

Dall’altura sulla quale si erano rifugiati, i credenti osservarono i movimenti dei politeisti. Essi si occupavano dei loro morti e dei loro feriti. In tutto avevano perso ventidue uomini, mentre erano sessantacinque i Musulmani che avevano trovato il martirio.

Quando Hind trovò la spoglia di Hamza, ne deturpò il viso tagliandogli le orecchie, il naso e la lingua; poi, in un odioso accesso parossistico gli fece aprire l’ addome, gli strappò il fegato e ne masticò una parte.

Abu Sufyan, che aveva il comando della spedizione, si portò fino alle pendici del monte sul quale si erano attestati il Profeta e i suoi compagni e gridò: "La guerra ha i suoi alti e bassi e questo giorno vale per l’altro Intendeva il giorno di Badr. Omar su incarico dell’Inviato di Allah gli rispose: "Allah è Altissimo e Supremo. Noi non siamo uguali: i nostri uccisi sono in Paradiso, vostri nel Fuoco Dopo di ciò Abu Sufyan fece dietrofront e ordinò di prepararsi per rientrare alla Mecca.

Il Profeta (pace e benedizioni su di lui), appurato che dopo la battaglia il nemico non aveva intenzione di marciare su Medina, disse ai suoi che potevano dormire senza altro timore.

I buoni credenti si abbandonarono e riposarono ritemprando il corpo e lo spirito dopo la dura giornata trascorsa; i dubbiosi e gli ipocriti, invece, si lasciarono andare a sterili recriminazioni e si autocommiseravano, ragionando come se vivessero ancora nel periodo dell’ignoranza preislamica. Tra questi ultimi era Ibn Ubayy, cui allude (secondo i commentatori) il Corano quando dice: "Dicevano: "Cosa abbiamo guadagnato in questa impresa? Allah Altissimo suggerì al Profeta la risposta migliore: "Di’ loro: "Tutta l’impresa appartiene ad Allah.Quello che non palesano lo nascondono in sé: "Se avessimo avuto una qualche parte in questa storia, non saremmo stati uccisi in questo luogo. Di’: "Anche se foste stati nelle vostre case, la morte sarebbe andata a cercare nei loro letti quelli che erano predestinati. Tutto è accaduto perché Allah provi quello che ave te nei cuori".(Cor.III,154)

In merito alla battaglia di Uhud, gli storici si sono chiesti perché i meccani non cercarono di infliggere un colpo mortale alla comunità musulmana, conquistando Medina e uccidendo il Profeta. Le ipotesi a questo riguardo sono molte, ma in definitiva si può affermare che la maggior parte dei politeisti non aveva valutato appieno il rischio che costituiva per loro lo sviluppo della comunità islamica di Medina, o che il dispendio di energie impiegate nello scontro li avesse talmente esauriti da non poter neppure sperare in una vittoria definitiva. Nelle intenzioni dei più c’era solo la volontà di vendicare i caduti di Badr e dare una dimostrazione di forza che avrebbe dovuto ridurre i medinesi a più miti consigli nei loro confronti e, al contempo, allontanarli dall’Inviato di Allah, dimostrando che la sua presenza era foriera di danni e lutti per la città. Tutto questo non avvenne e la comunità dei Musulmani trasse dai fatti di Uhud nuova forza e importanti insegnamenti.

Il complotto dei Bani Nadir

Inviati dal Profeta per insegnare l’Islàm a una tribù di beduini, una quarantina di Musulmani erano stati massacrati da una banda di politeisti. Si trattò di un massacro orrendo avvenuto nel quarto anno dall’Egira ed ebbe ripercussioni anche nella convivenza interreligiosa a Medina. L’unico sopravvissuto alla tragedia infatti, incontrò sulla via del ritorno due arabi che riteneva alleati dei responsabili dell’eccidio e li uccise. I due erano del tutto estranei alla faccenda e il Profeta (pbsl) si impegnò a versare il "prezzo del sangue", l’indennizzo che avvrebbe tacitato il loro clan ed evitato più pesanti conseguenze.

Poichè i Bani Nadir, uno dei clan ebraici che avevano accettato il patto con i Musulmani era vecchio alleato dei danneggiati, Muhammad (pace e benedizioni su di lui) si recò presso di loro per chiedere di contribuire a mettere insieme l’indennizzo.

Mentre conversava con i loro capi gli apparve Gabriele (pace su di lui) che, visibile a lui solo, lo informò che i Ban" Nadir stavano preparandosi a fargli precipitare addosso un masso dall’alto delle mura della fortezza. Muhammad si alzò e se ne andò, seguito poco dopo dagli altri credenti che lo avevano accompagnato.

Il fatto era molto grave e confermava il sospetto che i Bani Nadir avessero accettato il patto con la segreta intenzione di non rispettarlo e che avessero stabilito accordi con i Coreisciti di Mecca per aiutarli contro il Profeta e contro i Musulmani.

Quando i Musulmani furono informati del complotto, sorse in loro un sentimento di vendetta contro tutti gli Ebrei di Medina, e fu in quell’occasione che venne rivelato il versetto che stabilisce l’equa reazione in questi frangenti. "O voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla devozione...O voi che credete, ricordate i benefici che Allah vi ha concesso, il giorno che una fazione voleva alzare le mani contro di voi ed Egli arrestò le mani loro". (Corano V8,11)

La decisione del Profeta fu rapida: se i Bani Nadir volevano salva la vita dovevano abbandonare la città entro dieci giorni. Nella vicenda intervenne il capo degli ipocriti di Medina, il noto Ibn Ubayy, che invitò gli Ebrei a respingere l’ultimatum e promise loro il suo aiuto e quello di alcuni clan arabi nemici dei Musulmani. Ritrovata un po’ di baldanza, i Bani Nadir interruppero i preparativi della partenza e consolidarono le difese delle loro fortezze in previsione dell’assedio dei Musulmani.

Una rivelazione informò il Profeta (pace e benedizioni su di lui) su quanto era stato concordato tra i Bani Nadir e Ibn Ubayy e dell’esito che avrebbe avuto il loro accordo:òNon hai visto gli ipocriti, mentre dicevano ai loro alleati miscredenti fra la gente della Scrittura: "Se sarete scacciati, verremo con voi e rifiuteremo di obbedire a chiunque contro di voi.

Se sarete attaccati vi porteremo soccorso? Allah è testimone che in verità sono bugiardi. Se verranno scacciati, essi non partiranno con loro, mentre se saranno attaccati non li soccorreranno, e quand’anche portassero loro soccorso, certamente volgerebbero le spalle e quindi non li aiuterebbero affatto. Voi mettete nei loro cuori più terrore che Allah Stesso, poiché invero è gente che non capisce. Vi combatteranno uniti solo dalle loro fortezze o dietro le mura. Grande è l’acrimonia che regna tra loro. Li ritieni uniti, invece i loro cuori sono discordi: è gente che non ragiona. Sono simili a coloro che di poco li precedettero: subirono le conseguenze del loro comportamento: riceveranno doloroso castigo". (Corano LIX,11-15)

L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) ordinò ai credenti di armarsi, quindi li radunò e li condusse fin sotto le fortezze dei Bani Nadir nella parte meridionale dell’oasi medinese. Dopo quindici giorni di assedio, traditi dai loro alleati, minati dalle discordie interne e indeboliti dal terrore che incutevano loro i Musulmani che, con il permesso di Allah, avevano cominciato ad abbattere alcune palme che si trovavano nei pressi delle mura, gli Ebrei si arresero senza condizioni e furono esiliati. Ottennero di portar via con loro solo quello che poteva essere trasportato dai loro cammelli.

La sura LIX del Corano ricorda anche l’esito finale di questa vicenda. "Egli è Colui che ha fatto uscire dalle loro dimore, in occasione del primo esodo, quelli fra la gente della Scrittura che erano miscredenti. Voi non pensavate che sarebbero usciti, e loro credevano che le loro fortezze li avrebbero difesi contro Allah. Ma Allah li raggiunse da dove non se Lo aspettavano e gettò il terrore nei loro cuori: demolirono le loro case con le loro mani e con il concorso delle mani dei credenti. Traetene dunque una lezione, o voi che avete occhi per vedere."
(Corano LIX,2)

La Battaglia del Fossato

Nel sesto anno dall’Egira tra politeisti, ipocriti ed Ebrei si stava costruendo un’alleanza con il comune scopo di sconfiggere i Musulmani, sradicare l’Islàm e, possibilmente, uccidere Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Durante un incontro segreto tenutosi alla Mecca tra una delegazione degli Ebrei di Khaybar (un’oasi a Nord di Medina) e Abu Sufyan erano state gettate le basi per mettere in campo una poderosa armata, che avrebbe marciato sulla città del Profeta.

In quell’occasione, ad una precisa domanda del capo coreiscita a proposito della fondatezza della loro ostilità contro Muhammad, gli Ebrei non ebbero alcuno scrupolo a dichiarare che il politeismo era certamente migliore e più vero della religione da lui predicata. Il Corano rivelò anche questa volta le loro trame: "Non hai visto coloro ai quali fu data una parte della Scrittura, prestar fede agli spiriti impuri e agli idoli e dire di coloro che sono miscredenti: "Sono meglio guidati sulla via di Allah di coloro che hanno creduto. Ecco coloro che Allah ha maledetto; a chi è maledetto da Allah non potrai trovare alleato"
(Corano IV,51-52).

Il terzo lato del triangolo della miscredenza era immancabilmente costituito dagli ipocriti capitanati da Ibn Ubayy.

Senza risparmiare oro e lusinghe, i clan ebrei erano riusciti a mettere insieme i guerrieri delle più famose e feroci tribù beduine tra i quali i Kinana, i Ghatafan, gli Asad. In tutto oltre diecimila uomini ben armati posti sotto il comando di Abu Sufy-n, più che mai risoluto a cancellare dalla storia degli Arabi quella stravagante e pericolosa anomalia che era ai suoi occhi l’Islàm.

Di fronte a tanta forza e determinazione, i credenti potevano raccogliere non più di tremila combattenti, ma Allah (Gloria a Lui l’Altissimo) venne in aiuto dei Suoi fedeli con la strategia suggerita da un liberto di origine persiana, Salm-n Pak detto al Farsi ("il persiano", appunto). Salm-n propose al Profeta lo scavo di un ampio e profondo fossato capace di fermare le cariche della cavalleria beduina.

In pochi giorni il progetto fu messo in atto con il concorso di tutti quanti gli uomini validi e sotto la guida dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) che con il suo esempio e la sua presenza spronava e rincuorava i credenti.

Durante questo lavoro avvennero fatti straordinari che dettero il segno della benevolenza di Allah nei confronti dei credenti i quali, in perfetta armonia, lavoravano duramente per realizzare l’opera difensiva.

Un masso che non si riusciva a smuovere di un millimentro fu facilmente rimosso dopo che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) lo spruzzò con dell’acqua mista alla sua saliva.

Di un’altra roccia che sembrava neppure scalfibile si occupò personalmente l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui): la percosse tre volte con forza; al primo colpo di piccone si produsse un grande lampo che sembrò dirigersi verso sud, al secondo un altro lampo si propagò verso nord e al terzo, che frantumò la roccia, la luce balenò verso oriente. Il Profeta ringraziò l’Altissimo e disse: "Ho visto i castelli dello Yemen, quelli della Siria e il palazzo di Cosroe

Quando l’armata dei coalizzati si trovò davanti il fossato fu disorientata. Quelli che si avvicinarono di più furono accolti da un nugolo di frecce scoccate dagli arcieri Musulmani.

Convinti dalla potenza dell’armata dei coalizzati (secondo gli storici oltre dodicimila uomini), anche gli Ebrei Bani Qurayza decisero di denunciare l’alleanza con il Profeta e con i Musulmani senza però iniziare nessuna attività militare. Non si fidavano infatti dei loro stessi alleati e rimasero bloccati nelle fortezze attendendo l’evolversi della situazione.

Intanto, dopo alcuni vani tentativi di attraversare il fossato, un malessere diffuso serpeggiava tra gli assedianti.Inoltre, nella convinzione di una rapida vittoria non si erano sufficientemente approvvigionati e i viveri cominciavano a scarseggiavano.Dopo una ventina di giorni, quando il loro morale era già al minimo, Allah Altissimo inviò contro di loro una bufera di vento e pioggia che spazzò il loro campo, abbatté le tende e spense tutti i loro fuochi. L’indomani mattina, felici di essere ancora in vita, seppur disfatti dalla fatica e dal freddo, i coalizzati si ritirarono lasciando i loro alleati Bani Qurayza al loro destino.

Il Corano ricorda l’epilogo di questa vicenda con questi versetti: "O credenti, ricordatevi dei favori che Allah vi ha concesso, quando vi investirono gli armati. Contro di loro mandammo un uragano e schiere che non vedeste. Allah vede perfettamente quello che fate". (Corano XXXIII,9).

E nella stessa sura Allah manifesta il Suo apprezzamento per quegli uomini che resistettero impavidi di fronte all’armata nemica, senza mai abbassare la guardia, senza quasi dormire per oltre due settimane. "Quando i credenti videro i coalizzati, dissero:" Ciò è quanto Allah e il Suo Messaggero ci avevano promesso: Allah e il Suo Messaggero hanno detto la verità. E ciò non fece che accrescere la loro fede e la loro sottomissione. Tra i credenti ci sono uomini che sono stati fedeli al patto che avevano stretto con Allah. Alcuni di loro hanno raggiunto il termine della vita, altri ancora attendono; ma il loro atteggiamento non cambia...". (Corano XXXIII,22-23). armati

La punizione dei Bani Qurayzah

Narra Ibn Ishaq che all’indomani della fine dell’assedio l’Angelo Gabriele (pace su di lui) comparve all’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) e lo invitò a concludere la sua campagna contro i coalizzati regolando i conti con i Bani Qurayzah.

Nel giro di poche ore gli stessi uomini che avevano presidiato il fossato si ritrovarono in armi attorno alle fortezze della tribù ebrea.

Dopo venticinque giorni di assedio, indebolitii dai dissidi interni capitolarono e aprirono le porte. Il Profeta stabilì che fossero giudicati da uno dei loro antichi alleati, Sad ibn Mu-dh il capo degli Aws di Medina, e secondo le loro stesse leggi. Recita il Deuteronomio XX,10-15:ò Quando ti avvicinerai ad una città per assalirla, proponile prima la pace. Se l’accetta e ti apre le porte, tutto il suo popolo ti sia tributario e soggetto. Ma se essa rifiuta la pace e comincia a farti guerra assediala. Il Signore, Iddio tuo, te la darà nelle mani e allora metti a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i bambini, il bestiame e tutto ciò che sarà nella città , tutto quanto il suo bottino, portalo via con te e goditi il bottino dei tuoi nemici, che il Signore, Iddio tuo, ti avrà dato." Così avvenne.

Recita il Libro Sublime di Allah:

"Ha fatto uscire dalle loro fortezze coloro, fra la gente del Libro, che avevano spalleggiato i coalizzati ed ha messo il panico nei loro cuori. Ne uccideste una parte e un’altra parte la faceste prigioniera" (Corano XXXIII,26).

La calunnia contro Aisha

Instancabili, gli ipocriti non perdevano un’occasione per nuocere al Profeta e ai Musulmani. Non essendo riusciti a far sì che fosse sconfitto militarmente, approfittarono di una sua vicenda famigliare per cercare di indebolirne il prestigio e l’ autorità.

Durante una spedizione contro la tribù dei Bani Mustaliq, Aisha, che accompagnava il Profeta (pace e benedizioni su di lui), perse la sua collana mentre faceva l’abluzione.

Quando se ne rese conto tornò indietro a cercarla, senza curarsi di nulla. Stava imbrunendo e la partenza era prossima; quelli che erano incaricati di issare la sua portantina sul cammello non si accorsero che era vuota, l’assicurarono al dorso dell’animale e si misero in marcia.

Quando Aisha ritornò non trovò più nessuno. Si sentì abbandonata e pianse, poi la fatica fu più forte e si assopì.

La trovò addormentata un giovane di nome Safwan, che era solito rimanere indietro per accertarsi, una volta apparsa la luce del giorno, che nulla di importante fosse stato dimenticato.

Quando la riconobbe la fece salire sul suo cammello e raggiunsero il gruppo. Appena la notizia si diffuse la gente mormorò, e il peggiore di tutti fu Ibn Ubayy che l’accusò apertamente di adulterio. Altri ipocriti propagarono la menzogna ed essa giunse infine alle orecchie dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui). Egli ne fu turbato e si consultò con Ussama ibn Zayd e con Ali ibn Abi Talib: doveva ripudiare la moglie che amava teneramente?

Ussama si disse convinto della sua innocenza "E’ tua moglie -disse - e io non ne penso che bene ! Ali rispose: "Allah non ti ha imposto restrizioni in materia matrimoniale e le donne sono numerose.

Sempre più perplesso, Muhammad andò alla moschea e si lamentò alludendo a Ibn Ubayy: "Sarei forse ingiusto se chiedessi giustizia contro un uomo la cui calunnia nuoce alla mia famiglia? Giuro in Nome di Allah che non sospetto nessuna infedeltà da parte di mia moglie. La gente denuncia un uomo sul quale non penso nessun male. Quando veniva in casa mia lo faceva solo in mia presenza. La gente si agitò. Quello che feriva il Profeta colpiva tutti quanti dolorosamente. Il capo degli Aws si offrì di uccidere coloro che si erano macchiati di quell’infamia, fosse uno dei loro o uno dei Khazraj.

Insorsero allora i Khazraj, volarono parole grosse e i due clan stavano quasi per affrontarsi nella moschea stessa. L’inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu costretto a scendere dal pulpito per calmare la gente e mandarla via in pace. Pur convinto dell’innocenza della moglie, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era alla ricerca di una prova che la potesse scagionare pubblicamente. Si recò allora presso di lei nella casa di Abu Bakr.

Aisha stessa raccontò l’epilogo della vicenda: "Entrò l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) e si sedette vicino a me. Non lo aveva più fatto da quando si era diffusa la chiacchiera sul mio conto. Per un mese non aveva ricevuto nessuna rivelazione che potesse riguardarmi. Egli disse : "Aisha, ho saputo che dicono di te questo e quello. Se sei innocente Allah lo dimostrerà. Se invece hai commesso un peccato, pentiti e chiedi perdono ad Allah. Quando l’uomo riconosce il suo sbaglio e se ne pente Allah glielo perdona.(...) Ero ancora giovane e non conoscevo molti versetti del Corano, ma potei rispondere: " Giuro in Nome di Allah che voi avete sentito e creduto a quello che dice la gente. Se affermo che sono innocente - e Allah ben lo sa - voi non mi crederete. Se invece ammetto qualcos’altro - e Allah sa che non c’è stato niente - voi l’accetterete come vero. In tal caso non trovo miglior esempio di quello che disse Giacobbe, padre di Giuseppe: "Bella pazienza ... mi rivolgo a Allah contro quello che raccontate " (.Corano XII,???) (...) Non potevo immaginare che dei versetti del Corano sarebbero stati rivelati per me, così insignificante. Speravo al più che il Profeta vedesse in sogno la mia innocenza. L’lnviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) ricevette la rivelazione e si coprì di un sudore che imperlava il suo viso come in un giorno d’inverno. Quando la rivelazione terminò, il Profeta sorridendo disse: "Ringrazia Allah che ha confermato la tua innocenza, o Aisha. Allah rivelò a proposito di me i versetti 11/14 e altri della sura della Luce.

Dice il Corano: "Invero molti di voi son stati propalatori della calunnia. Non consideratelo un male, al contrario è stato un bene per voi. A ciascuno di essi spetta il peccato di cui si è caricato, ma colui che se ne è assunto la parte maggiore avrà un castigo immenso. Perché, quando ne sentirono [parlare], i credenti e le credenti non pensarono al bene in loro stessi e non dissero: "Questa è una palese calunnia?È. Perché non produssero quattro testimoni in proposito? Se non portano i [quattro] testimoni, allora davanti ad Allah sono essi i bugiardi. E se non fosse per la grazia di Allah nei vostri confronti e la Sua misericordia in questa vita e nell’altra, vi avrebbe colpito un castigo immenso per quello che avete propalato, quando con le vostre lingue riportaste e con le vostre bocche diceste cose di cui non avevate conoscenza alcuna. Pensavate che non fosse importante, mentre era enorme davanti ad Allah. Perché quando ne sentiste parlare non diceste: "Perché mai dovremmo parlarne? Gloria a Te [o Signore]! E’ una calunnia immensa? Allah vi esorta a non fare mai più una cosa del genere, se siete credenti. Allah vi rende noti i Suoi segni. Allah è sapiente, saggio. In verità coloro che desiderano che si diffonda lo scandalo tra i credenti, avranno un doloroso castigo in questa vita e nell’altra". (Corano XXIV,11-19)

Hudaybiyyah

Nel 627 d.C. l’Inviato di Allah decise di assolvere all’Omra (il piccolo pellegrinaggio). Dopo sei anni di lontananza dalla Ka’ba aveva il desiderio di usufruire della tregua tradizionale per adempiere ai riti iniziati da Abramo.

Alla testa di un migliaio di fedeli, si mise in marcia verso la Città Santa. Le loro intenzioni erano pacifiche e cristalline: fare i sette giri rituali attorno alla casa di Allah e rivolgere all’Altissimo le dovute invocazioni.

Quando la notizia del loro avvicinarsi giunse alla Mecca, suscitò nei capi coreisciti il più grande imbarazzo.

Permettere a Muhammad (pace e benedizioni su di lui) di compiere l’Omra sarebbe stato ai loro occhi un segno di debolezza, anche in considerazione del disastro della coalizione che era stata fermata dal fossato di Salm-n al Farsi e dalla determinazione dei credenti.

Impedirglielo avrebbe costituito una grave violazione della piena agibilità, che era garantita a tutti i pellegrini durante i mesi sacri; consuetudine, questa, su cui si basavano il prestigio e la potenza meccana. Alla fine l’odio per il Profeta e per l’Islàm prevalsero e Khalid ibn Walid, alla testa di duecento armati a cavallo fu inviato per fermarli. I Musulmani erano praticamente disarmati; di fronte al rischio di un grande spargimento di sangue, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui), accettò di fermarsi e stipulare un accordo con i Quraysh. In base a questo trattato egli accettava di tornare indietro senza compiere l’Omra e di restituire i Musulmani che da Mecca fossero emigrati a Medina senza il consenso del loro clan. In cambio i politeisti si impegnavano a lasciarli andare in pace e permettere loro di effettuare l’ Omra nell’anno successivo, uscendo dalla Mecca e lasciando la città per tre giorni ai Musulmani. Entrambe le parti inoltre, stabilirono una tregua di dieci anni. I termini dell’accordo suscitarono reazioni di sconcerto e delusione tra i Musulmani, che videro svanire la possibilità di recarsi in quell’anno alla Mecca per assolvere ai riti. Le condizioni della tregua e le modalità con cui era stato steso il documento erano inoltre sembrate una resa alle pretese dei politeisti .

Un incidente sopravvenuto appena concluse le trattative aggravò il disagio dei credenti. Un giovane di nome Abu Jendal, niente meno che il figlio del plenipotenziario meccano che aveva definito l’accordo con il Profeta, si presentò per chiedere la protezione dei pellegrini. Era da tempo musulmano e la sua famiglia lo aveva incatenato per impedirgli di emigrare a Medina. Aveva approfittato della distrazione dei suoi carcerieri ed aveva ancora al collo le catene che lo avevano imprigionato.

Mentre i credenti stavano per festeggiarlo, suo padre raggelò tutti quanti colpendolo violentemente al viso. Poi si rivolse all’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui): " Dai la prova della tua buonafede e restituiscici quest’uomo che si è allontanato senza il consenso della sua famiglia. Nello sconcerto generale il Profeta non poté non accondiscendere alla richiesta. Confortò il giovane promettendogli il soccorso divino e cercò di spiegargli come non poteva mancare alla parola data.

Mentre lo trascinavano via, Abu Jendal piangeva e chiedeva il soccorso dei credenti. La scena era di quelle da spaccare il cuore. Omar protestò con veemenza interpretando il sentimento comune con la sua consueta, irruente sincerità.

Solo Abu Bakr mantenne la sua indefettibile fiducia nell’operato di Muhammad.

In quell’occasione l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) ricevette una rivelazione, in base alla quale chiamò i suoi compagni a rinnovargli il patto di obbedienza. In tal modo riuscì a rinsaldare la comunità e corroborarne la fede nel disegno divino di cui era strumento.

Sulla via del ritorno la rivelazione della Sura XLVIII confermò che il suo era stato un comportamento illuminato dalla saggezza divina. I versetti dicevano: "In verità ti abbiamo concesso una vittoria evidente"
(Corano XLVIII,1).

E poi: "Già Allah si è compiaciuto dei credenti quando ti giurarono [fedeltà] sotto l’albero. Sapeva quello che c’era nei loro cuori e fece scendere su di loro la Pace: li ha ricompensati con un’imminente vittoria".
(Corano XLVIII,18).

Alla luce del prosieguo della storia si può ben capire quale sia la vittoria di cui si parla; nei due anni che seguirono i Musulmani attaccarono e conquistarono l’oasi di Khaybar eliminando un focolaio di eversione antislamica, assolsero trionfalmente all’Omra, e conquistarono la Mecca mettendo al bando l’idolatria.

Un altro episodio, sopravvenuto durante il ritorno del Profeta alla Mecca, doveva essere foriero di pesanti conseguenze per i nemici della fede.

Un giovane di nome Abu Basir, come già Abu Jendal, si presentò all’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui): era sfuggito alla sua famiglia che contrastava il suo Islàm.

Dietro di lui giunse un incaricato della sua famiglia, per chiederne la restituzione in base all’accordo concluso. La richiesta era legittima e non si poté opporvi rifiuto. Sulla via del ritorno Abu Basir riuscì a rivoltarsi, uccise l’uomo che lo stava riconducendo alla Mecca e mise in fuga il servo che lo accompagnava.

Quando si ripresentò al Profeta, egli fu sinceramente ammirato dalla sua determinazione e dalla sua audacia, pur ribadendo l’impossibilità di accettarlo a Medina.

Il Profeta disse, quasi tra sé e sé: "Che magnifica scintilla per una guerra, se avesse avuto altri uomini con lui. Quella piccola frase suggerì ad Abu Basir quello che avrebbe dovuto fare.

Si rifugiò in un bosco nei dintorni di Badr e fu presto raggiunto da altri che come lui erano scappati dalla Mecca e non potevano essere accolti a Medina.

Si diedero alla guerriglia contro le carovane coreiscite e in poco tempo si costituì una banda di una settantina di persone, rapide e determinate, che divennero l’incubo dei carovanieri meccani.

Senza altre vie d’uscita i Coreisciti chiesero l’abrogazione della clausola di estradizione e i guerriglieri poterono essere accolti nella comunità di Medina.

Khaybar

Centottanta chilometri a Nord di Medina si trova l’oasi di Khaybar, la zona più ricca di tutta la regione, quella che era considerata il "giardino dell’Hijaz".

Era abitata da diversi clan ebrei irriducibilmente ostili al Profeta e all’Islàm e la loro potenza economica costituiva una grave minaccia per la sicurezza della comunità islamica. Pur non avendo mai partecipato direttamente alla guerra contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui), con il loro denaro avevano spinto la temibile tribù dei Ghatafan ad allearsi ai Coreisciti in occasione dell’assedio di Medina.

Il Profeta formò un’armata di uomini fedeli, circa milleseicento combattenti in tutto, che in tre giornate di marcia raggiunsero il limite meridionale dell’oasi.

La struttura sociale di questa oasistato era articolata in diversi clan che vivevano in cittadelle fortificate ritenute imprendibili. All’interno di queste cittadelle, vere e proprie fortezze equipaggiate con macchine da guerra, si potevano contare non meno di diecimila armati.

Quando i credenti attaccarono la prima cittadella, le guarnigioni asserragliate in quelle vicine non si mossero in loro soccorso. Era evidente che ogni clan pensava per sé e non era disposto a rischiare nulla per gli altri. Forse aspettavano l’arrivo dei rinforzi promessi dai Ghatafan, circa quattromila uomini che avrebbero dovuto attaccare i Musulmani alle spalle.

I Ghatafan non arrivarono mai e una dopo l’altra le fortezze caddero nelle mani del Profeta. Molte addirittura si arresero prima di essere attaccate. Gli abitanti di queste ultime offrirono di pagare un tributo annuo importante a condizione che li si lasciasse rimanere sulle loro terre. Muhammad accettò con la riserva di poter decretare in futuro la loro espulsione, se lo avesse ritenuto opportuno.

Risolta felicemente, e con un ricco bottino, la questione della sicurezza settentrionale, il Profeta e i Musulmani si poterono concentrare sul cuore del problema: la città di Mecca.

L’Omra (la visita alla Ka’ba)

Era trascorso l’anno previsto dagli accordi di Hudaybyyah, e tutta Medina era in fermento per la preparazione dell’Omra. Duemila pellegrini si accingevano a coprire i quattrocento chilometri che li separavano dalla Citta Santa con il solo scopo di adorare l’Altissimo compiendo l’antico rito di Abramo.

Per gli Emigrati il momento era particolarmente emozionante. Sarebbero rientrati nella città che erano stati costretti ad abbandonare per sfuggire alle persecuzioni; lo facevano con il prestigio della loro perseveranza nella fede e quello delle recenti vittorie militari del Profeta (pace e benedizioni su di lui).

Giunti al limite del territorio della Mecca, si sacralizzarono indossando i soli panni concessi ai pellegrini: un tessuto che avvolge i fianchi e scende quasi fino ai piedi e un altro drappeggiato sulle spalle.

Rispettando il patto, i Coreisciti abbandonarono la città ritirandosi sulle montagne e da quell’osservatorio poterono vedere uno straordinario spettacolo. Oltre duemila uomini vestiti di bianco e a capo scoperto che con passo solenne apparvero dal valico a nord-ovest, tra le montagne che circondano la città.

Erano ancora molto lontani, ma già si sentiva il suono della giaculatoria con la quale annunciavano il loro arrivo: "Labbayka Allahumma labbayk, labbayka la shar"ka laka labbayk, inna al hamda wa niamata laka wal mulk, l- shar"ka lak! "(Eccomi a Te Signore, eccomi a Te! Eccomi a Te che non hai associati, eccomi a Te! A Te appartengono la lode e la grazia e il regno, Tu non hai associati).

In testa a loro marciava l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) sul dorso di Qaswa, la sua cammella preferita, quella che aveva cavalcata durante l’Egira.

Senza smontare entrò nel recinto sacro, toccò la Pietra nera e cominciò i sette giri rituali, poi mise piede a terra e iniziò i sette percorsi tra Safa e Marwa. Quindi sacrificò un cammello e si fece rasare la testa. Cercò di entrare nella Ka’ba, ma la porta era stata chiusa e non gli fu possibile ottenerne l’apertura.

Quando venne l’ora della preghiera del mezzogiorno Bilal si issò sul tetto della Casa di Allah e la sua voce potente risuonò in tutta la città.

"Allahu Akbar, Allahu Akbar...(Allah è il Più Grande, Allah è il Più Grande! Affermo che non c’è dio all’infuori di Allah, affermo che non c’è dio all’infuori di Allah, affermo che Muhammad è Inviato di Allah, affermo che Muhammad è Inviato di Allah. Venite all’orazione, venite all’orazione! Venite al successo, venite al successo! Allah è il Più Grande, Allah è il Più Grande, non c’è dio all’infuori di Allah!".

Allo scadere dei tre giorni concordati, il Profeta e i credenti abbandonarono la città con la netta sensazione che presto sarebbero tornati e sarebbe stata allora la vittoria definitiva.

Il loro ordine, la fede che manifestavano nei loro volti e nei loro comportamenti, avevano destato grande impressione negli abitanti della Mecca e molti di loro decisero di abbracciare l’Islàm. Il più noto fu Khalid ibn Walid, l’invitto comandante della cavalleria meccana, l’uomo di Uhud e di Hudaybyya; si presentò all’Inviato di Allah e gli chiese perdono per aver agito contro di lui e contro i Musulmani.

Muhammad lo rassicurò dicendogli che l’adesione all’Islàm cancellava tutte le colpe commesse in precedenza e pregò Allah a questo proposito.

Sarebbe diventato il più famoso dei condottieri musulmani, l’eroe di cento battaglie, tanto da meritare l’appellativo di "Spada dell’Islàm".

Eraclio imperatore dei Bizantini

E’ quasi certo che, oltre al Negus dell’Abissinia, anche l’Imperatore dei Rum (i Bizantini) aderì all’Islàm, pur senza poterlo proclamare. Si era recato a Gerusalemme per assolvere ad un pellegrinaggio di ringraziamento dopo la vittoria del suo esercito contro i Persiani e in quella città ebbe la visione del regno di un uomo circonciso. Inizialmente pensò che potesse essere un riferimento agli Ebrei; ma poi, quando seppe che anche gli arabi praticavano quel rito antico, ordinò che gli fosse condotto il più nobile appartenente a quella gente che fosse possibile rintracciare.

Gli uomini del sovrano ebbero la ventura di incontrare Abu Sufy-n, che si era recato a Gaza per commerciare.

Il racconto di quanto avvenne tra i due ci è stato tramandato da Ibn Abbas, il cugino dell’Inviato di Allah.

"Li chiamò, chiamò il suo interprete e disse: "Quale di voi è il parente più prossimo di quell’uomo che afferma di essere profeta? Narrò Abu Sufy-n: "Risposi: il parente più prossimo sono io. Disse Eraclio: "Avvicinatelo a me e fate avanzare i suoi compagni, disponendoli alle sue spalle. Poi disse all’interprete: "Di’ loro che interrogheremo costui a proposito di quell’uomo e che se mentirà debbono smentirlo "Giuro per Allah - raccontava Abu Sufy-n- che, se non fosse stato per la vergogna di essere colto in fallo, avrei mentito. La prima domanda che mi fece su Muhammad fu: "A quale tribù appartiene? "Appartiene alla nostra famiglia. "E prima di lui vi fu mai qualcuno che abbia tenuto questi discorsi? "No.

"Lo seguono i nobili o gli umili? "Piuttosto gli umili. "Aumentano o diminuiscono? " "Piuttosto aumentano. "Qualcuno di voi, dopo essere entrato nella sua religione , lo ha mai abbandonato detestandolo?. "No. "E’ ingannatore? "No. Ma noi per un certo tempo non abbiamo saputo che cosa facesse. "E non avete altro da dirmi oltre a questo? Siete forse venuti a conflitto con lui?. "S’È. "Come andò la vostra controversia?. "La guerra tra noi e lui ebbe le sue vicende: le ha prese da noi e le abbiamo prese da lui. "Che cosa vi comanda?. " Adorate unicamente Allah, non associate nulla a Lui; abbandonate quel che adoravano i vostri padri. Ci ordina la preghiera, la sincerità, la castità e la solidarietà famigliare.

Disse Eraclio all’interprete: "Digli: Ti ho interrogato sulla sua tribù e mi hai detto che appartiene alla vostra famiglia; appunto così gli Inviati vengono mandati ai discendenti della loro gente. Ti ho domandato se qualcuno di voi ha già tenuto il medesimo discorso, e hai detto di no. Allora ho pensato: se qualcuno avesse tenuto questo discorso prima di lui, direi che imita un discorso pronunciato prima di lui . Ti ho domandato se vi è stato tra i suoi avi un re, ed hai detto di no. Io ho pensato: se vi fosse stato tra i suoi avi un re, costui potrebbe essere uno che rivendica il regno di suo padre. Ti ho domandato se l’avevate sospettato di mendacio, prima che dicesse quel che ha detto, e avete risposto di no. Così ho saputo che egli non è capace di diffondere il falso fra gli uomini e di mentire contro Dio. Ti ho domandato se lo seguono i nobili o gli umili, e hai detto che gli umili lo seguono: sono questi appunto i seguaci degli Inviati. Ti ho domandato se aumentano o diminuiscono e mi hai detto che aumentano; così avviene nella fede: aumenta fino a diventare completa. Ti ho domandato se qualcuno respinge la sua religione, detestandola, dopo esservi entrato, ed hai detto di no; tale è la fede quando la sua letizia si fonde nei cuori. Ti ho domandato se inganna, hai detto di no; tali sono gli Inviati, che non ingannano. Ti ho domandato che cosa vi comanda, e hai detto che vi comanda di adorare Allah e di non associarLo a nessuna cosa, e che vi ha vietato di adorare gli idoli e vi ha comandato la preghiera rituale, la sincerità e la castità. Se quel che dici è vero, egli prenderà il possesso del luogo dove io poso i piedi. Sapevo che era venuto, ma non supponevo che fosse uno di voi; se sentissi di essergli devoto, mi deciderei ad andargli incontro e, giunto davanti a lui, sicuramente gli laverei i piedi.

Poi Eraclio fece recare la lettera dell’lnviato di Allah, mandata per mezzo di Dihyah figlio di Hal"fa al sovrano di Bosra, il quale l’aveva consegnata ad Eraclio, che la lesse. Eccone il testo:ò In Nome di Allah il Compassionevole, il Misericordioso, da Muhammad, Servo di Allah e Suo Inviato, a Eraclio, sovrano dei Bizantini: pace sia su chi segue la retta via.

E in seguito: "Io ti chiamo con l’appello dell’lslàm, mettiti al sicuro. Allah ti darà il tuo compenso due volte. Se Invece ti astieni, sarà su di te la colpa degli Yrias . "Di’:" O gente della Scrittura, addivenite ad una dichiarazione comune tra noi e voi: [e cioè] che non adoreremo altri che Allah, senza nulla associarGli, e che non prenderemo alcuni di noi come signori all’infuori di Allah. Se poi volgono le spalle allora dite: "Testimoniate che noi siamo musulmani" (Corano III,64).

Continuò Abu Sufy-n: "E quando Eraclio, detto questo, terminò di leggere la lettera, si levò intorno a lui un gran tumulto di voci e noi fummo messi alla porta. Io allora dissi ai miei compagni: "E’ aumentata l’importanza del figlio di Abu Kabsa , certo il re dei Bizantini ha paura di lui.

E continuai ad essere convinto che ciò si sarebbe manifestato, finché Allah fece penetrare in me l’lslàm".

La conquista della Mecca

Dopo la vittoria di Khaybar e il successo dell’Omra il dominio del politeismo stava vivendo in Arabia le sue ultime ore, tutto era ormai pronto per la spallata finale.

Il casus belli venne fornito dalla rottura della tregua da parte dei Bani Bakr, una tribù politeista e all’aiuto che i Coreisciti le fornirono. Le vittime erano Bani Ka’b, una tribù alleata del Profeta (pace e benedizioni su di lui) che corse a Medina a chiedere aiuto. Quando i notabili della Mecca si resero conto della conseguenza di quello che era avvenuto tra i Bani Bakr e i Bani Ka’b, inviarono Abu Sufy-n a rinegoziare un accordo. Il Profeta (pbsl) rifiutò di acconsentire alle sue richiesta senza peraltro dirgli chiaramente che considerava rotta la tregua. Il coreiscita ritornò alla Mecca per nulla tranquillizzato, mentre a Medina si cominciavano a fare i preparativi per una nuova spedizione militare. Come era suo costume, Muhammad informò del suo obiettivo solo i fedelissimi Furono chiamate a raccolta tutte le tribù alleate e quando l’armata si mise in marcia nei primi giorni del mese di Ramadan dell’VIII anno dopo l’Egira, si mossero oltre diecimila uomini. Nel corso della marcia l’Inviato di Allah (pbsl) accettò tra i suoi un altro migliaio di cavalieri della tribù dei Bani Sulaym, alla quale apparteneva una sua ava, la madre di Hashim il fondatore del suo clan famigliare.

Quando furono ai limiti del territorio sacro il Profeta mise in atto uno stratagemma di guerra psicologica. Ordinò a tutti gli uomini di sparpagliarsi e cercare legna. Appena sopraggiunta la notte ognuno di loro avrebbe dovuto accendere un fuoco. Lo spettacolo che gli osservatori meccani videro fece loro accapponare la pelle. Valutando la quantità dei fuochi, sembrava che l’armata accampata fosse di gran lunga superiore ai dieci, dodicimila uomini di cui si era parlato.

Di nuovo Abu Sufyan fu incaricato di convincere il Profeta a desistere dall’attaccare la città. Per tutta risposta egli lo invitò ad abbracciare l’Islàm, cosa che quello fece l’indomani mattina, dopo aver constatato la devozione con cui i credenti trattavano Muhammad.

Valutando appieno l’opportunità di non umiliarlo, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) stabilì le condizioni della resa della città.

"Chi sarà nella casa di Abu Sufyan sarà salvo – proclamò -; chi starà dietro la porta della sua casa sarà salvo; chi entrerà nel Recinto Sacro sarà salvo".

Dopo aver visto il dispiegarsi dell’esercito che metteva in opera il piano predisposto dal Profeta, Abu Sufyan si precipitò nella città gridando a tutti l’inutilità di qualsiasi resistenza e le condizioni imposte per avere salva la vita.

Muhammad aveva ordinato ai suoi di non combattere se non attaccati e la conquista della città fu portata a termine senza quasi estrarre le spade dai foderi. Solo alcuni irriducibili al comando di Ikrimah attaccarono il contingente comandato da Khalid. Una trentina di loro furono uccisi contro due vittime di parte musulmana, gli altri furono volti in fuga.

Quando tutta la città fu saldamente nelle mani dei credenti, il Profeta indossò la sua corazza e le sue armi e montando Qaswa si recò alla Ka’ba. Toccò la Pietra, fece i sette giri rituali e poi abbatté i trecentosessanta idoli che si trovavano nel Recinto Sacro recitando: "E’ giunta la verità, la falsità è svanita . Invero la falsità è destinata a svanire".(Corano XVII,81)

Quindi si fece portare la chiave della Ka’ba e vi entrò con alcuni dei suoi. Ordinò che anche l’interno fosse purificato da ogni retaggio di culto idolatrico.

Quando uscì parlò alla gente, che era uscita dalle case nell’ansiosa attesa delle sue decisioni, come parlò Giuseppe ai suoi fratelli quando annunciò loro di averli perdonati: "Oggi non subirete nessun rimprovero! Che Allah vi perdoni, Egli è il più misericordioso dei misericordiosi (Corano XII,92.)

Sulla collina di Safa ricevette la sottomissione dei meccani e anche quelli che erano stati i suoi più irriducibili nemici furono perdonati. Anche Hind, che aveva masticato il fegato di Hamza dopo Uhud, anche Ikrimah che aveva combattuto fino all’ultimo minuto.

Era il ventesimo giorno del mese di Ramadan dell’anno VIII dall’Egira (630 d.C.), erano passati vent’anni dall’inizio della rivelazione del Corano.

Hunayn e Tabuk

Hunayn è una valle situata tra Mecca e T-’if in cui ebbe luogo una famosa battaglia nell’VIII anno dall’Hegira.

Essa avvenne dopo la conquista di Mecca e fu un tentativo dei pagani di rovesciare la situazione che volgeva a favore dei credenti. Questi ultimi erano tra i dieci e i sedicimila uomini (a seconda delle diverse tradizioni) ed erano molto sicuri di sé; questa sicurezza li ingannò e l’armata dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) rischiò di subire l’accorta strategia del nemico e di essere travolta. Le sorti della battaglia furono decise dallo stesso Muhammad (pace e benedizioni su di lui) che riuscì ad arrestare la rotta dei suoi richiamandoli a sé.

I credenti ritrovarono il coraggio e ritornarono alla lotta ottenendo una sofferta vittoria. Il Santo Corano accenna così a questo episodio: "Certamente Allah vi ha soccorsi in molti luoghi, come nel giorno di Hunayn, quando eravate tronfi del vostro numero - ma non servì a nulla e la terra, per quanto vasta, vi sembrava angusta: volgeste le spalle e fuggiste" (Corano IX,25).

Qualche tempo dopo il Profeta (pace e benedizioni su di lui) decise di intraprendere una campagna contro i Bizantini, i cui movimenti alla frontiera sembravano preparare un’azione nella penisola arabica.

Nonostante gli sforzi personali di molti (Uthman ibn Affan armò ed equipaggiò diecimila combattenti a cavallo), la preparazione della spedizione si scontrò con molte difficoltà sia di ordine personale che finanziario ed è nota come la "leva difficoltosa".

Volgeva la fine dell’estate, a Medina faceva un gran caldo e la città era ridotta allo stremo a causa di una carestia. La gente attendeva con impazienza la raccolta dei datteri e la tensione psicologica che aveva sostenuto i credenti fino alla conquista di Mecca era notevolmente calata.

Ci furono molte proteste più o meno palesi e solo una precisa rivelazione ne ebbe ragione . Molti chiesero di essere esentati dal partecipare e il Profeta (pace e benedizioni su di lui) diede loro il permesso di restare. Quando infine la spedizione partì, calura e tribolazioni accompagnarono i credenti fino alla fonte di Tabžk, dove l’armata si attestò per poi ripiegare quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si convinse che l’esercito imperiale non aveva nessuna intenzione di attaccare l’Arabia e Medina.

Il Pellegrinaggio dell’addio

Sentendo approssimarsi la fine dei suoi giorni terreni, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) decise di assolvere al precetto contemplato dal quinto pilastro dell’Islàm: al Hajj, il Pellegrinaggio.

Fu dato grande risalto alla notizia e i credenti affluirono a Medina da ogni parte per accompagnare il Profeta nel rito istituito da Abramo, purificato ora da ogni contaminazione idolatrica. Verso la fine del mese di Dhul-qada, Muhammad si mise in marcia seguito da oltre trentamila persone. Giunse alla Mecca, eseguì la circoambulazione della Ka’ba, i percorsi tra Safa e Marwa e poi nell’ottavo giorno del mese di Dhul-hijja (il mese del Pellegrinaggio) si mise in marcia per Mina, una località poco distante dalla Mecca in cui trascorse la notte. L’indomani mattina, seguito da tutta una moltitudine di pellegrini raggiunse Arafa, una piana tra le montagne posta a una ventina di chilometri dalla città della Ka’ba.

In essa si trova una collina chiamata Jabal ar-rahma (Monte della Misericordia) e il Profeta (pace e benedizioni su di lui) vi trascorse la giornata.

Nel primo pomeriggio egli parlò alla gente: "La lode appartiene ad Allah, noi Lo lodiamo e chiediamo il Suo Aiuto, Gli chiediamo perdono e torniamo a Lui. Ci rifugiamo in Lui contro le passioni e contro il male che c’è in quel che facciamo. Colui che è guidato da Allah nessuno lo può sviare e colui che Egli svia nessuno lo può guidare. Affermo che non c’è dio all’infuori di Allah, senza associato alcuno, e affermo che Muhammad è Suo servo e Suo Inviato.

Vi ordino, o servi di Allah, il timor di Lui e vi invito all’obbedienza a Lui. In questo modo inizio con quanto c’è di meglio.

Ascoltate quanto devo esporvi, poiché non so se vi potrò incontrare un’altra volta in questo luogo dopo quest’anno.

O gente, in verità il vostro sangue, i vostri beni e il vostro onore sono inviolabili finché non incontrerete il vostro Signore, tanto inviolabili come in questo giorno, in questo mese, in questo territorio sacro.

Ho trasmesso [il messaggio]? O Allah, testimonialo.

Ebbene, chi riceva un deposito lo restituisca a colui che glielo ha affidato. L’usura del tempo dell’ignoranza è abolita, ma avete il diritto sui vostri averi: non siate né oppressori né oppressi. Allah ha decretato che non ci sia usura e la prima usura che comincio ad abolire è quella di mio zio Abbas ibn Abd al-Muttalib.

Il sangue del tempo dell’ignoranza è proscritto e il primo sangue che comincio a proscrivere è quello di [mio nipote] Amir, figlio di Rabi’ah figlio di Harith figlio di Abd-el Muttalib (il cui figlio era stato assassinato).

Le prerogative del tempo dell’ignoranza sono abolite, eccetto la custodia [della Ka’ba] e il servizio dell’acqua [ai pellegrini].

L’omicidio premeditato sarà punito con il taglione; quello preterintenzionale nel quale si è ucciso con un bastone o con una pietra, sarà compensato con cento cammelli. Chi pretenderà di più sarà come la gente al tempo dell’ignoranza.

Ho trasmesso [il messaggio]? O Allah, testimonialo.

O gente, Satana ha perso la speranza di essere adorato in questa vostra terra, ma sarà ben lieto di essere obbedito in altre cose: in azioni che voi considerate non abbiano peso. Badate a lui per [proteggere] la vostra religione.

O gente, "In verità il mese intercalare non è altro che un sovrappiù di miscredenza, a causa del quale si traviano i miscredenti: un anno lo dichiarano profano e un altro lo sacralizzano per alterare il numero dei mesi resi sacri da Allah . Così facendo profanano quello che Allah ha reso sacro. (Corano IX,37) e rendono sacro quello che Allah ha fatto profano."

Dopo di ciò ricordò la posizione e il numero dei mesi sacri e poi si soffermò sui rapporti tra uomini e donne.

"O gente, per quello che riguarda le vostre donne, esse hanno un diritto su di voi e voi avete un diritto su di loro. Per quanto riguarda voi, avete il diritto che non lascino giacere nel vostro letto nessuno eccetto voi stessi; che non facciano entrare nella vostra casa nessuno che voi non desideriate, se non con il vostro permesso e che non si diano alla fornicazione. Se fanno queste cose, invero Allah vi ha concesso di ammonirle, di separarvi dai loro letti e di batterle, ma non troppo duramente. Se smettono e vi obbediscono, dovete nutrirle e vestirle convenientemente (...) Temete dunque Allah per quel che riguarda le donne e riservate loro il migliore dei trattamenti.

Ho trasmesso [il messaggio]? O Allah, testimonialo.

Si soffermò sulla fraternità nella fede e quella nel padre comune Adamo. "O gente, in verità i credenti sono fratelli e il bene di un fratello è inviolabile, se non con il suo consenso.

Ho trasmesso [il messaggio]? O Allah, testimonialo.

O gente, in verità il vostro Signore è Uno e il vostro antenato è uno; voi discendete tutti da Adamo e Adamo era [stato creato] di terra. Presso Allah il migliore di voi è colui che Lo teme di più. Nessun Arabo è superiore ad un non-Arabo, se non nella devozione. Ho trasmesso [il messaggio]? O Allah testimonialo.

A quel punto dalla folla si levò possente un "Allahumma na’am (S’, o Dio!) ed egli aggiunse: "Tutti voi che siete presenti fatelo pervenire agli assenti.

Concluse il suo discorso ricordando la legislazione coranica a proposito dell’eredità e le norme sul riconoscimento e il disconoscimento della paternità.

Poco dopo fu rivelato l’ultimo versetto del Santo Corano.

Tabari ( VI,80) riferisce che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) salì sulla sua cammella e recitò : "Oggi ho reso perfetta la vostra religione, ho completato per voi la Mia Grazia e Mi è piaciuto darvi per religione l’Islàm" (Corano V,3). Sentite queste parole, la folla ondeggiò colpita da una vivissima emozione e Omar si mise a singhiozzare. "Perché piangi, Omar? - gli chiese il Profeta.

"Piango - rispose - perché fino ad oggi stavamo progredendo nella nostra religione. Ora è perfetta e ogni cosa che giunge al culmine della perfezione tende a diminuire. "Hai ragione disse l’Inviato di Allah. Omar, nella sua grande fede e intelligenza aveva presentito che il livello della tensione spirituale che animava in quel tempo la comunità dei credenti aveva raggiunto un altissimo grado di intensità. La rivelazione del Corano e la presenza del Profeta avevano reso possibile il grande miracolo di trasformare un’accozzaglia di tribù rapaci e ostili le une alle altre in un’Umma Islamica coesa e concorde. Questa carica interiore spinse i Musulmani a percorrere il mondo per diffondere la Parola dell’Altissimo (gloria a Lui) e la Sua Legge. Ma, al contempo, la qualità del rapporto tra i credenti e il loro Creatore e tra loro stessi sarebbe presto diminuita.

L’inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) concluse il Pellegrinaggio recandosi l’indomani mattina a Mina, dove assolse il rito della lapidazione di Satana, rappresentato da tre steli di pietra.

"C’è un servo tra i servi di Allah, al quale Allah ha offerto la scelta tra questa vita e l’altra ed egli ha scelto l’altra"

Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era salito sul pulpito nella sua moschea e aveva pronunciato queste parole, che caddero nello sbigottimento generale. Molti, intuendo che il Profeta aveva annunciato la sua morte, si misero a piangere. Abu Bakr esclamò: "Daremmo le nostre vite e quelle dei nostri figli per mantenerti con noi.

L’Inviato di Allah soffriva, la testa gli doleva in modo terribile e la febbre lo indeboliva, al punto che presto non riuscì più a camminare né a stare in piedi. Si ritirò nell’appartamento di Aisha, e da allora fu visto in pubblico ancora una sola volta solo il giorno stesso della sua morte. Apparve nella moschea all’ora della preghiera dell’alba e pregò stando seduto, dietro Abu Bakr che, in sua vece, guidava il rito.

Si ritirò e poco dopo Allah accolse l’anima benedetta del Suo Inviato, Muhammad figlio di Abdallah, figlio di Abd al-Mut-talib, il migliore degli uomini.

Le grida laceranti che si levarono dalla sua casa e via via dalle case circostanti annunciarono a tutta l’oasi quello che i Musulmani non avevano mai voluto prospettarsi.

Muhammad non era più tra i vivi e tutti quanti si sentirono per un attimo orfani e sbandati.

Omar, reso pazzo dal dolore, sguainò la spada e minacciò di uccidere tutti quelli che avessero osato dire che il Profeta era morto.

Nella confusione generale Abu Bakr mantenne tutto il suo autocontrollo. Entrò nella stanza in cui era stata composta la spoglia mortale e le diede un estremo saluto, poi uscì verso la folla che si era radunata. "O gente - disse - coloro che adoravano Muhammad, sappiano che Muhammad è morto; coloro che adorano Allah sappiano che Allah è vivo e non muore mai. Quindi recitò un versetto del Corano: "Muhammad non è altro che un messaggero, altri ne vennero prima di lui; se morisse o se fosse ucciso, ritornereste sui vostri passi? Chi ritornerà sui suoi passi, non danneggerà Allah in nulla e, ben presto, Allah compenserà i riconoscenti". (III,144)

Le sue parole ebbero la forza di acquietare la disperazione e restituire la speranza ai credenti.

"Pregate su di lui"

Così visse e morì l’ultimo dei Profeti di Dio, il sigillo della profezia, luce e sole della religione, colui che era stato inviato come una misericordia per i mondi. Pregate su di lui:

O Allah, dai la pace a Muhammad

e alla gente di Muhammad

come l’hai data ad Abramo

e alla gente di Abramo

e benedici Muhammad

e la gente di Muhammad

come hai benedetto Abramo

e la gente di Abramo nel mondo.

In verità Tu sei degno di lode e glorioso.

 

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